2021, IL 25 APRILE DELLA PASTA ITALIANA

di PAOLO CARUSO (agronomo) – Un emendamento, inserito ed approvato nel bilancio di previsione dello Stato 2021, rischia di provocare una rivoluzione copernicana nel già complicato panorama dell’industria molitoria cerealicola italiana.

L’emendamento in questione riguarda il monitoraggio della produzione cerealicola nazionale e l’acquisto di cereali e farine importati da paesi Ue e extra-Ue, una norma che va nel verso della trasparenza e della completa tracciabilità della filiera del grano, materia prima fondamentale per la dieta mediterranea.

La nuova regola prevede che per i cereali e le farine, così come già avviene per olio e vino, verrà attivato un registro telematico, istituito sul “Sian”, il portale del Ministero delle Politiche agricole, dove dovranno essere annotate tutte le operazioni di carico e scarico, se la quantità del singolo prodotto supera le 5 tonnellate annue. Lo scopo è quello di consentire un accurato monitoraggio delle produzioni cerealicole presenti sul territorio nazionale, impedendo che materie prime estere possano essere commercializzate come locali.

Questa norma fa il paio con l’obbligo di etichettatura che nel 2018 era stato inserito per la pasta, per la quale deve essere specificata la provenienza del grano con cui viene prodotta, regola che ha provocato un vero e proprio sconvolgimento nelle politiche commerciali di molte delle più importanti realtà pastarie italiane.

Il mondo dell’industria nazionale legata alla trasformazione dei cereali ha interessi divergenti rispetto a quelli dei consumatori: se i primi, per motivi economici, spesso spacciati per tecnologici, preferiscono approvvigionarsi da paesi esteri (Canada in primis), i secondi gradiscono di gran lunga prodotti fatti con materia prima locale, così da evitare problemi legati alla presenza di residui di glifosate e micotossine.

Le reazioni della parte industriale non si sono fatte attendere, infatti secondo Italmopa-Associazione industriali mugnai d’Italia, l’emendamento “costituisce un ulteriore pesante e ingiustificato aggravio amministrativo ed economico per le Aziende operanti nel comparto molitorio nazionale”.

Addirittura il Presidente di Italmopa, Cosimo De Sortis, l’ha apostrofata come “Una norma aberrante, incomprensibile, assunta nella più totale assenza di confronto con le categorie coinvolte e che si pone in palese contrasto con la riconosciuta necessità di maggiore semplificazione, penalizzando in particolar modo l’industria della prima trasformazione”, aggiungendo che con questa disposizione si vuole realizzare un attacco al “made in Italy che importa”.

Quest’ultima affermazione lascia molto perplessi, la definizione “made in Italy che importa” suona come un ossimoro: un prodotto è italiano se tutta la filiera risiede nel territorio nazionale, oltretutto si tratta di una materia prima storicamente prodotta nel nostro Paese e che ha motivo di essere importata soltanto per il minor costo di acquisto rispetto a quella italiana.

Il provvedimento ha toccato un nervo scoperto nel settore della molitura nostrana; questa direttiva complica notevolmente le operazioni di maquillage che alcuni operatori disonesti sono soliti realizzare per spacciare grano estero come grano locale.

D’altronde in Italia annualmente vengono importate circa 5,5 milioni di tonnellate di grano tenero e 1.8 milioni di grano duro (dati ISTAT 2018), mentre la superficie coltivata si contrae progressivamente. Con questi presupposti appare difficilmente sostenibile che tutti i prodotti che vengono dichiarati come “prodotti con grano italiano” siano effettivamente tali.

L’importazione di questi cereali è obbligata dal deficit produttivo e talvolta anche dal più elevato contenuto proteico del grano, ma è l’opacità della tracciabilità che lascia dubbiosi.

L’obbligo di dichiarare in etichetta nella pasta l’origine del grano, come accennato in precedenza, ha già creato un sovvertimento delle scelte produttive dei grandi gruppi di produttori di pasta nostrani, che, quando è possibile, sempre più frequentemente si preoccupano di farci sapere dell’origine italiana del grano in questione.

Ad esempio Barilla ha differenziato la linea di pasta prodotta con grano italiano da quella che prevede l’impiego di grano estero, ma questa scelta di marketing è stata di fatto imposta dalle scelte dei consumatori che diffidano dei prodotti importati, riconoscendo ai prodotti locali standard qualitativi e di sicurezza alimentare assolutamente superiori.

E’ questo l’esempio più eclatante di pressione dell’opinione pubblica esercitata sull’industria, un motivo ulteriore che dimostra come la politica possa e debba essere fatta a partire dal carrello della spesa.

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