L’AGRICOLTURA E’ DONNA

di PAOLO CARUSO (agronomo) – Nel settore agricolo, l’ormai costante e progressiva presenza dell’universo femminile rappresenta una piacevole sorpresa, quasi un fenomeno in netta controtendenza con quanto succede negli altri comparti produttivi. Secondo i dati del Bioreport 2019, in Italia un’azienda agricola su 3 è condotta da una donna, e delle 50.000 imprese agricole biologiche presenti nel nostro Paese, quasi il 30% è a guida femminile.

Il WWF, in occasione della ‘’Giornata Internazionale delle donne rurali’’ istituita dall’Onu, ha segnalato come la percentuale di donne a capo di imprese agricole sia ancora maggiore nel caso delle aziende multifunzionali, ovvero quelle che ospitano anche attività ricettive, fattorie didattiche e laboratori.

Questi dati sono la prova tangibile, ove ce ne fosse bisogno, che le donne hanno un approccio più duttile e innovativo anche in agricoltura e un legame più solido con la terra e con i prodotti che da essa derivano. Per molti analisti la diversificazione delle attività all’interno delle aziende agricole rappresenta un’opportunità strategica per aumentare i ricavi grazie a un timido, ma sempre crescente interesse del pubblico verso la natura, il cibo sano e le persone che lo producono. E chi meglio di una donna può cogliere queste occasioni?

Per l’universo femminile le aziende agricole non rappresentano soltanto un’attività professionale, ma la declinazione di un vero e proprio stile di vita dove far confluire tutta la creatività di cui sono capaci. Questo percorso è stato scelto da Maria Ausilia Borzì (NELLA FOTO), una giovane donna siciliana, laureata in psicologia, membro della famiglia “Serafica”, titolare di una delle più innovative e allo stesso tempo storiche aziende vitivinicole e olivicole presenti sul versante sud dell’Etna.

Probabilmente è stata la natura vulcanica del territorio ad infondere ad Ausilia l’energia necessaria a diversificare le attività aziendali, che oggi includono anche l’accoglienza, la ricettività e la didattica. Turisti provenienti da ogni parte del mondo si ritrovano nel suo frantoio e nella sua cantina per cercare di apprendere le tecniche di trasformazione di olive e uva, materia prima a cui l’Etna restituisce delle caratteristiche qualitative uniche.

Ma l’aspetto che più interessa la nostra giovane donna è legato al mondo dell’infanzia e a come questo si possa coniugare con la terra e i suoi prodotti. Per questo motivo è riuscita a includere nella sua azienda una serie di attività indirizzate all’universo giovanile e finalizzate all’apprendimento delle conoscenze contadine e delle tecniche necessarie alla produzione del cibo in modo sano e sostenibile.

L’obiettivo finale è quello di avvicinare i più piccoli al mondo della campagna e trasmettere loro l’idea che ogni ipotesi di futuro debba basarsi sul rispetto per l’ambiente, per la natura e per le persone che se ne occupano. La sua è anche una battaglia per il riconoscimento del ruolo sociale dell’agricoltura e del contadino: non è possibile pensare che in quest’epoca i bambini ignorino la provenienza del cibo e della passione, dei sacrifici necessari per la sua produzione.

Un sondaggio a livello europeo, realizzato alcuni anni fa, rilevava che un’alta percentuale di bambini pensano che le arance, le olive e le banane crescano nel Regno Unito, le pesche in Finlandia, che il cotone venga dalle pecore, che il pollo abbia quattro cosce, che lo zucchero non si sa dove venga prodotto, che le more siano delle caramelle e che l’orto sia nel supermercato.

La scarsa considerazione che i giovani hanno del settore agricolo è uno dei grandi limiti della nostra società, frutto del retaggio culturale che ha relegato nelle posizioni marginali della scala sociale il contadino e il suo lavoro. Cominciare un percorso di riconsiderazione della loro importanza partendo dai bambini è l’unica strada percorribile per cercare di ribaltare questo paradigma.

Come ama dire Corrado Assenza, maestro dell’arte pasticcera e icona della cultura gastronomica siciliana: “Il principio più importante per chi si approccia all’imprenditoria agricola è il riconoscimento sociale dovuto ai contadini, solo questo potrà consentire il ritorno all’agricoltura dei giovani”.

E’ un passaggio fondamentale per una società che, se vuole sperare in un futuro diverso, deve tornare a comprendere come sia la civiltà contadina, la più antica presente sul pianeta e forse l’ultima rimasta, a detenere gli strumenti per salvare questo pianeta. Maria Ausilia lo ha capito e, come molte donne, è già un passo avanti.

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