PIOLI, SEDUCENTE E ABBANDONATO

di LUCA SERAFINI – Ai milanisti non stava simpatico, sulle prime: interista, fraticello di campagna, media punti deprimente. E poi il milanista è una belva ferita che si trascina da 7 anni debole e insanguinata, ha perso lo scettro nella foresta, nella savana e in periferia. Vaga randagia nelle retrovie dei vertici. Si è visto sfilare dalla teca e stracciare i poster di Leonardo (2 volte), Seedorf, Inzaghi, Gattuso, Boban, ora Maldini e vede trionfare il buon Christian Brocchi in panchina a Monza, con Berlusconi e Galliani ai vertici del club, nientemeno. Vitaccia infame, quella rossonera di questi tempi, abituati come si era…

Non dava emozioni, Stefano Pioli. Eppure a me incuriosivano quelle sue frasette pungenti, pronunciate con garbo e pacatezza ma – per chi sa tradurre il linguaggio del calcio – pesanti e circostanziate: “Qui sembra che vincere, pareggiare o perdere non cambi la vita a nessuno”, disse alla seconda partita da allenatore del Milan.

Pensateci bene: una scudisciata cruenta, dedicata a tutto l’ambiente. Ci siamo conosciuti in una cena ad autunno inoltrato e la conferma è stata tangibile: serio e determinato, grande professionista e uomo retto, idee chiare e un’umiltà che lo rende grande, altro che fraticello. Comunque, legato ai risultati perché non è detto che una persona perbene, nel calcio, riesca a vincere. E se vince può anche non bastare. Eppure Pioli ha ridato un’anima e una dignità a una squadra che l’aveva smarrita perché, come invano ammoniva Rino Gattuso, causa anche l’età media molto bassa quella squadra appunto non capiva l’importanza di vestire una certa maglia e vivere una certa realtà: il Milan era diventato un punto d’arrivo, non di partenza. Il fraticello ha esorcizzato questo oblio, aiutato dal grande vecchio Ibrahimovic, tornato a gennaio rabbioso e determinato nonostante i suoi 38 anni. Battute una dietro l’altra Roma, Lazio e Juventus, la squadra rossonera è tornata in piena corsa per le coppe europee.

Fin qui la questione tecnica. C’è molto di più in Stefano Pioli: vive da separato in casa. Da mesi la proprietà ha scelto il suo successore, tale Ralf Rangnick che Paolo Maldini ha ricusato, giocandosi il posto a sua volta. Isolato a Milanello con i suoi ragazzi, i quali di norma con un allenatore depauperato si comportano come gli alunni con il supplente, Pioli ha gestito alla grande lockdown e ripresa, elevando il Milan a rivelazione di questa fase 3 del campionato. Nonostante questo, il 2 agosto farà le valigie e tornerà a casa, cacciato via come si era detto.

Non è il primo e non sarà l’ultimo tecnico vittima delle bizzarrie di chi governa il pallone, anche perché questi ultimi pagano così bene i primi da potersi permettere di lasciarli a casa quando aggrada loro, ignorando la stima che magari si sono guadagnati nello spogliatoio e tra i tifosi, oltre al rispetto degli avversari. Dimenticandosi quei bei risultati che pure dovrebbero determinare le scelte.

Ecco perché Stefano Pioli, come tutti i suoi colleghi, non è una vittima, anzi proprio grazie alla sua professionalità, nonostante un destino segnato, ha saputo trasformare quella diffidenza di cui ho parlato nella prima riga, in sentimenti nobili: riconoscenza, affetto, profonda stima. Ed è riuscito persino a deviare il corso del suo stesso destino, che sarà quello di arricchire la galleria dei troppi, recenti rimpianti milanisti, ma non dei suoi, perché se ne andrà a testa alta e con la coscienza pulita.

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