70, GENERAZIONE CULT

di GHERARDO MAGRI – Settanta e non dimostrarli affatto. Settanta come quegli anni irripetibili della sua epoca. Tanti auguri (la data è il 9 luglio) ad Adriano Panatta, icona del nostro tennis e non solo. L’espressione del talento puro e della creatività di certi colpi. La “veronica”, per esempio, nome coniato per lui da Rino Tommasi, forse derivato dalla mossa del torero nell’arena: una volée leggera e leggiadra di rovescio all’indietro, giocata sopra la testa, incrociata stretta. Tutti i suoi avversari la conoscevano bene, ma non ci arrivavano comunque. Lui poteva permettersela ed era anche molto funzionale al suo stile, perché compensava in un certo modo l’aspetto atletico che non era certo la sua specialità.

Intendiamoci, l’Adriano nazionale, di gran bella presenza e fascinoso, capello fluente, gioco di gran classe, la sua bella figura la faceva sempre, ma non si poteva pretendere che si dannasse troppo a rincorrere palline su e giù nel rettangolo di gioco. Dice lui stesso del suo tennis: “Avevo un gioco molto rischioso, da equilibrista, senza margine di errore”. Come dire: la mia è un’arte, che non posso rischiare di rovinare con troppo allenamento metodico.

Sono lì da consultare negli annali, le sue più belle vittorie, tutte nel 1976, un triplete micidiale. Roland Garros e Internazionali d’Italia, anche se quella più suggestiva rimane la conquista della coppa Davis, insieme agli altri tre moschettieri “Pasta-Kid” Paolo Bertolucci (suo partner ideale nel doppio), lo smilzo Corrado Barazzutti e il baffone Tonino Zugarelli: l’istantanea è quando alzano al cielo l’insalatiera d’argento più famosa al mondo per la prima e unica volta nella nostra storia. Ce lo ricordiamo ancora con la sua maglietta rossa, quasi a irridere la dittatura del Cile di Pinochet. Bello e sprezzante.

Ma i favolosi anni ’70 ci hanno regalato altri celebri (quasi) coetanei di Adriano, campioni vittoriosi negli sport diversamente famosi. Tanto per cominciare il timido Gustavo Thoeni, nato solo sette mesi più tardi, che si portò a casa quattro coppe del mondo generali, ori mondiali e medaglie olimpiche a nastro. Capitano della mitica valanga azzurra, ha fatto sognare una generazione intera e spinto un mucchio di italiani a cimentarsi con lo sci. Personalità opposta ad Adriano, un leader montanaro silenzioso, che preferiva parlare con i fatti.

Che dire, poi, della Freccia del Sud che avrebbe compiuto anche lui i settanta tra non molto? Pietro Mennea, il velocista di Barletta, che ha vinto tanto e ha portato l’atletica italiana ai vertici mondiali. Chi non si ricorda del suo record mondiale sui 200 metri in altura – 19”72 -, rimasto imbattuto per 17 anni e tuttora record europeo? L’unico duecentista della storia che si sia qualificato per quattro finali olimpiadi consecutive.

Basta un filotto straordinario di tre figure leggendarie come queste per ripercorrere anni ruggenti di successo e ricordarci che non esiste solo il dio-pallone. E che l’Italia ha sfornato veri fuoriclasse in tante discipline. Il nostro limite è che non riusciamo quasi mai a creare una scuola intorno a loro. Rimangono degli splendidi “assolo”. Sentirli commentare oggi le loro imprese fa una certa tenerezza e tanta simpatia, nessuna traccia di nostalgia rancorosa, perché allora non c’era ancora il ricco e rumoroso barnum di adesso. I loro racconti sono semplici e straordinari al tempo stesso, emergono con prepotenza l’unicità della persona e del talento e il serio impegno da onesto lavoratore dello sport. Più fama che soldi.

Roba d’altri tempi, proprio per questo da conservare gelosamente e da tramandare ai posteri.

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