NEI CAMPI CRESCE ANCHE LA LINGUA

di FABIO GATTI – Tra le tante conseguenze dell’attuale epidemia, non marginale è la mancanza dei lavoratori agricoli di cui ha scritto su @ltroPensiero Paolo Caruso. Ci si sta accorgendo, in un mondo sempre più tecnologico, informatizzato e virtuale, di quanto il legame con la terra rimanga fondamentale, tanto più in un Paese che fino al secondo dopoguerra è stato per tutta la sua storia un Paese agricolo. E in effetti basterebbe guardare anche solo la nostra lingua per rendersi conto di come l’Italia sia indissolubilmente legata alla terra, al lavoro dei campi e all’allevamento.

Figlia del latino, che per alcuni secoli fu lingua di soli pastori e agricoltori, l’italiano conserva molte parole che rivelano, anche se spesso in maniera ormai sbiadita, un’origine rurale.

Alcune riguardano aspetti fondamentali della vita sociale e politica di una comunità: stipulare, per esempio, deriva dal latino stipula, il “filo di paglia” che nella Roma arcaica veniva originariamente spezzato per simboleggiare la ratifica di un contratto; promulgare, che noi riferiamo alla promozione di un disegno di legge, ha origine in realtà dal latino promulgere, cioè, letteralmente, “mungere, spremere”, che risale quindi a un ambiente di allevatori; a un contesto agricolo rimanda pure emolumento, che deriva dal verbo molere (“macinare”) e indicava in origine la quantità di farina macinata data come compenso, esattamente come salario era il compenso in quantità di sale, fondamentale in assenza di frigoriferi per conservare le vivande deperibili.

Molti sono poi gli aggettivi usati per delineare le caratteristiche di una persona che nascono dall’osservazione spontanea della natura: così, se è noto che egregio derivi da e-grege, colui che “esce dal gregge”, e dunque si distingue dalla massa, va ricordato che lieto è connesso con laetamen, perché il “letame” rende rigoglioso e felice il terreno; robusto muove da robur, la “quercia”, l’albero vigoroso per eccellenza (non a caso sacro a Giove, padre degli dei), mentre rivale è connesso con rivus, il “ruscello”, perché si diceva rivalis l’animale che contendeva ad un altro il fiumiciattolo da cui abbeverarsi.

Insospettabile è la storia di delirare, altra parola legata al lavoro dei campi: delirare vuol dire propriamente uscire dalla lira, cioè dal solco diritto tracciato dall’aratro sul campo.

Altre parole sono nate per definire realtà tipicamente contadine e sono poi passate ad altri ambiti: corte, da cohors, era in origine il recinto dove veniva custodito il bestiame, mentre i manipoli, già nel linguaggio militare romano una parte dell’esercito, sin dai tempi di Romolo erano i fastelli di fieno portati dai mietitori come insegne del potere.

Persino alcuni antroponimi presentano un’etimologia rustica: in italiano rimane il mio, Fabio, che deriva da faba, la “fava”, ma tanti erano nell’antica Roma i nomina – spesso illustri – legati a prodotti agricoli o al bestiame (Cicerone è connesso con cicer, il “cecio”, e infatti ancor oggi esiste la cicerchia, un tipo di legume coltivato nell’Italia centrale; Lentulo proviene da lentula, la “lenticchia”, e Porcio, come si chiamava Catone, il famoso Censore, ha chiaramente origine dal porco).

È inutile nasconderlo: il legame con la terra e con il paesaggio è scritto nel dna dell’italiano. Nel momento della riscoperta, può essere una piacevole scoperta.

3 pensieri su “NEI CAMPI CRESCE ANCHE LA LINGUA

  1. Paolo Caruso dice:

    Complimenti per il bellissimo articolo e grazie per la citazione.
    La terra e l’agricoltura sono sempre stati un substrato fertile per le contaminazioni linguistiche.
    La Sicilia ne è un esempio eclatante, le 13 dominazioni che si sono succedute nel corso dei secoli hanno lasciato tracce nella lingua siciliana.
    I siciliani hanno poi un rapporto ancestrale con la terra, per noi ‘vivere’ è ‘campare’, da campo, campagna.
    Grazie ancora Dr Gatti

  2. Filomena dice:

    Grazie della bellissima lezione.
    Fa riflettere come la lingua, espressione di un popolo, ne descriva la storia, il presente e il futuro prossimo.
    La nostra, ricca di vocaboli che si vanno perdendo, perché non più pronunciati, la stiamo svilendo e impoverendo inserendo sempre nuovi vocaboli stranieri.
    Allontanandoci dalle origini perdiamo le nostre radici e il futuro sarà nel linguaggio che andremo a coltivare.
    Come il verbo si fece carne, così le nostre parole daranno forma al futuro.

    • Alduccio dice:

      Inserire nuovi vocaboli fa parte dell’evoluzione della lingua. Il problema della perdita di alcune parole è secondo me dovuto al fatto che non si legge quasi più, e al fatto che al giorno d’oggi chiunque possa scrivere atteggiandosi a giornalista che non è. Io vedo l’aggiunta di nuovi vocaboli come cosa positiva e diversa dalla perdita di altri vocaboli. Saluti

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