IN TRINCEA PER DIFENDERE IL GRANO PURO

di PAOLO CARUSO (agronomo) – Una recente e alquanto animata discussione sta destando interesse e preoccupazione tra gli attori della filiera cerealicola nazionale. La questione riguarda il grano della “Kamut Enterprise” e le criticità emerse nell’ultimo periodo circa le proprie caratteristiche qualitative, che stanno inducendo molti grandi operatori del settore della pasta in Italia a sostituirla con materia prima nostrana.

Il Kamut è un marchio che commercializza prodotti aventi come materia prima una varietà di frumento registrata negli Stati Uniti con la sigla QK-77, e rappresenta il più geniale caso di storytelling che sia mai comparso nel settore agricolo.

Il proprietario del marchio, il signor Bob Quinn, natio del Montana, per anni ha divulgato che la provenienza del suo grano risaliva al periodo dell’antico Egitto, al punto che i primi semi coltivati fossero stati scoperti nella tomba di un faraone. Ovviamente nessun soggetto, dotato di medio buon senso, potrebbe credere a una siffatta castroneria.

Il nostro Paese, almeno fino a poco tempo fa, risultava come uno dei maggiori consumatori di prodotti realizzati con questa materia prima.

Proprio l’importanza commerciale della filiera Kamut e il suo appeal derivato dalla consolidata identificazione, presso il grande pubblico, quale prodotto legato alla tradizione, dalle riconosciute qualità biologiche e salutistiche, ha fatto sì che questo frumento venisse utilizzato da grandi realtà industriali italiane, soprattutto nel settore della pasta.

La recente trasmissione “Report”, andata in onda su Rai3, ha però svelato alcune magagne, relative soprattutto all’utilizzo di pesticidi per la coltivazione di questo grano, che hanno convinto alcuni grandi produttori, soprattutto del settore biologico, ad abbandonare le forniture di Kamut, realizzate in regime di monopolio, per affidarsi a varietà di grani locali nostrani, coltivati sostenibilmente, che potessero sostituire il marchio americano.

In Italia sono diverse le aree e le varietà interessate a questa tipologia di coltivazione: nelle zone interne dell’Appennino meridionale vengono coltivate varietà di grano appartenenti al gruppo delle Saragolle; la varietà Solina è coltivata nell’area del Gran Sasso, mentre in Sicilia è molto diffusa la coltivazione della varietà da conservazione denominata Perciasacchi.

Proprio il “Perciasacchi”, una varietà di grano ‘antico’ siciliano, è stato identificato, per caratteristiche qualitative e per estensione di superfici coltivate, come la varietà più idonea alla sostituzione del Kamut.

Il Perciasacchi ha la stessa classificazione botanica del Kamut (Triticum turgidum ssp. Turanicum), confermata da specifiche indagini effettuate dal Consorzio di Ricerca Gian Pietro Ballatore della Regione Siciliana e dall’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo.

Ma questa varietà di grano, come prescrive la legge, può essere coltivata esclusivamente in Sicilia, essendo stata iscritta nel 2014 dalla Regione Siciliana nel registro nazionale delle varietà locali da conservazione.

Questa esclusiva territoriale è però risultata indigesta a parecchi operatori dell’industria alimentare, che si sono affannati alla ricerca di un escamotage in grado di sopperire a quest’obbligo.

Questi soggetti hanno trovato una facile sponda nell’istituzione del Registro volontario di varietà di grano turanico, sostituendo alla denominazione “Perciasacchi” quella di “Khorasan”, nome che fa riferimento alla regione, oggi divisa fra Iran, Turkmenistan e Afghanistan, da cui nel corso dei secoli molte popolazioni sono giunte in tutto il Bacino del Mediterraneo, comprese le regioni meridionali e insulari della nostra Penisola, portandosi appresso la coltivazione di questi grani.

Il registro nazionale dei grani turanici non dovrebbe consentire di aggirare strumentalmente le prescrizioni che le varietà locali possano essere coltivate solo nelle regioni nelle quali sono originarie; con il rischio, qualora avvenga, di consentire nei fatti la nascita, il consolidamento e la concentrazione in capo a posizioni dominanti che priverebbe centinaia di agricoltori dall’esercizio di un diritto acquisito dopo lunghi anni di investimento.

L’articolo 2 della legge 25 novembre 1971, n. 1096, definisce che i costitutori possono immettere in commercio sementi di base appartenenti a varietà di propria costituzione, da ciò deriva che le subpopolazioni di grano turanico, quali il Perciasacchi, già iscritte al registro nazionale delle varietà locali da conservazione, non possono essere considerate come “propria costituzione” ma patrimonio del mondo agricolo rurale che negli anni ha tutelato e mantenuto in purezza il germoplasma.

Uno sforzo sostenuto anche in sede di Unione Europea, che riconosce come fondamentali le varietà locali per contrastare i fenomeni di erosione genetica e per la tutela della biodiversità in agricoltura.

La vicenda del grano Perciasacchi è emblematica dell’approccio che alcuni grandi gruppi industriali hanno nei confronti delle piccole e medie realtà agricole del nostro Paese che hanno creduto nella tutela e valorizzazione della biodiversità, per creare delle filiere sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale.

Si tratta di una vera e propria colonizzazione, favorita da alcuni ascari che hanno fornito il seme, intrisa di significative dosi di prepotenza, che non possiede alcuna giustificazione scientifica, morale e politica, dove gli elementi di sfruttamento di risorse naturali e genetiche, permangono, insinuandosi in maniera subdola, arrivando anche alla manipolazione di leggi ministeriali. Un vero e proprio scippo e, cosa ancor più grave, autorizzato da una legge artatamente costruita.

Si rischia in questo modo di vanificare uno straordinario lavoro di recupero e attivazione di filiere sostenibili, che rappresentano più di una speranza per agricoltori e trasformatori che hanno investito tempo, passione e risorse economiche per ottenere risultati che potrebbero essere compromessi.

La situazione è stata segnalata alle Istituzioni competenti e chissà, se per una seconda volta, ci saranno le condizioni per permettere a Davide di sconfiggere Golia.

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