IL COMPLOTTO PER UCCIDERE LA DIETA MEDITERRANEA

di PAOLO CARUSO  (agronomo) – La Dieta Mediterranea è molto più di un semplice elenco di alimenti o di una tabella nutrizionale. È uno stile di vita, che il mondo ci invidia e che tenta di replicare, fatto di una serie di competenze, conoscenze, rituali, simboli e tradizioni concernenti la coltivazione, l’agricoltura, la pesca, l’allevamento, la conservazione, la cucina e soprattutto la condivisione e il consumo di cibo.

A questi elementi occorre aggiungere il rispetto del territorio e della biodiversità, che costituiscono da sempre la base da cui trae linfa vitale la Dieta Mediterranea.

Questo stile di vita, osannato da intere comunità di scienziati e da una sterminata platea di fruitori, alimenta un significativo giro d’affari, che per l’Italia si traduce nella cifra monstre di 46,1 miliardi, ovvero il controvalore del fatturato del nostro comparto agroalimentare all’estero.

Questo importante dato sta scatenando attacchi a ripetizione, che hanno come mandanti nazioni concorrenti nel settore agroalimentare e come esecutori due organizzazioni, teoricamente al di sopra delle parti, ma che interpretano i desiderata economici di vastissime platee di stakeholder: Unione Europea e Organizzazione delle Nazioni Unite.

La prima è protagonista di una campagna mirata, ormai uscita allo scoperto, con l’emanazione di norme cervellotiche che minano secoli di cultura, tradizioni e buon senso. L’autorizzazione alla coltivazione di larve di insetti (quelle che detestiamo quando si trovano nei sacchetti di farina), o il consenso ad annacquare il vino o aggiungere artificialmente zucchero, alla stregua di una qualsiasi bibita, sono l’anemometro dell’aria che tira a Bruxelles.

Dello stesso tenore è la prossima introduzione del “Nutriscore”, ovvero l’etichetta a semaforo, un sistema ideato in Francia, che utilizza l’immagine di un semaforo, assegnando un colore, e dunque un “via libera” o meno, ad ogni alimento in base al livello di zuccheri, grassi e sale, calcolati su una base di riferimento di 100 grammi di prodotto. Intuitivamente i cibi con semaforo “verde” migliori rispetto a quelli “rossi”.

Questo sistema che, nelle intenzioni del legislatore, nasce come deterrente all’adozione di stili alimentari che risultano propedeutici all’obesità e all’insorgenza di patologie collegate, agli occhi degli operatori agroalimentari italiani appare come un manifesto tentativo di porre un argine allo strapotere dell’export italiano.

Secondo questo “geniale” metodo di classificazione che si basa sui profili nutrizionali, il Parmigiano Reggiano, il prosciutto di Parma e persino l’olio d’oliva riceverebbero il semaforo arancione o addirittura rosso, mentre la stragrande maggioranza delle ricerche scientifiche sul tema conferma ad esempio che l’olio d’oliva è considerato un vero e proprio toccasana per la nostra salute.

Ma, secondo l’algoritmo del Nutriscore, che conteggia i grassi presenti in una porzione di 100 grammi, l’olio di oliva avrebbe lo stesso giudizio dell’olio di colza (bollino giallo, C).

Una follia.

L’alternativa che l’Italia, insieme ad altri Stati, sta proponendo porta il nome di “NutrInform Battery”, che si propone di valutare non i singoli cibi ma la loro incidenza all’interno della dieta. L’etichetta è pensata come una batteria e reca l’indicazione di tutti i valori (energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale) relativi ad una singola porzione consumata. All’interno del simbolo vengono indicate quindi le percentuali di apportati dalle singole porzioni rispetto alla quantità giornaliera raccomandata. In pratica la percentuale di energia o nutrienti contenuti dalla singola porzione sono rappresentati dalla parte carica della batteria, così da quantificarli visivamente.

Ma anche dall’altra sponda dell’Oceano si stanno attrezzando per mettere i bastoni tra le ruote a prodotti e produttori italiani.

Su “Il Sole 24 ore” è apparsa un’intervista a Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, che si è mostrato molto preoccupato per gli sviluppi che potranno seguire al “Food Systems Summit”, in programma il prossimo autunno a New York.

Il timore è che, la presunta, eccessiva presenza di alimenti di derivazione animale nella Dieta Mediterranea, con le relative conseguenze negative in tema di sostenibilità, venga preso come pretesto per portare un ulteriore attacco all’agroalimentare “Made in Italy”.

Stoppare sul nascere questo tipo di iniziativa, peraltro già tentata nella stessa sede nel 2018, è, o dovrebbe essere, l’obiettivo dichiarato della nostra diplomazia.

La moderna geopolitica brulica di battaglie economiche, quelle che si giocano sul tavolo dell’alimentazione e della salute ci lasciano interdetti ma non inermi: siamo consapevoli che l’arma migliore a nostra disposizione sia l’informazione, unica via per acquisire una consapevolezza necessaria per ragionare autonomamente.

 

 

 

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