TUTTI CORRONO AI RIPARI PER IL CIBO, TRANNE NOI

L’aggressione all’Ucraina e le sanzioni contro la Russia hanno messo in primo piano il tema della sicurezza alimentare, ovvero la possibilità di garantire in modo costante acqua ed alimenti per soddisfare il fabbisogno energetico di cui l’organismo necessita, in adeguate condizioni igieniche.

Il problema della sicurezza alimentare è apparso improvvisamente nei circuiti mediatici, e più per necessità che per convinzione si intravedono i primi timidi segnali di comparsa nell’agenda politica. Ovviamente il nostro ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali ingegner Stefano Patuanelli, una delle figure più inadeguate per affrontare questo delicatissimo momento storico, non ha ancora ben compreso la gravità della situazione, affrettandosi a dichiarare che: “…non ci sono segnali critici rispetto agli approvvigionamenti, bisogna dire ai cittadini che non avremo gli scaffali vuoti” “

Intanto qualcun altro si sta attrezzando.

Il governo ungherese ha stabilito la propria priorità nell’acquisto di tutto il grano e il mais destinati all’esportazione. Moldavia e Serbia hanno limitato le vendite di grano e zucchero; la Bulgaria ha stanziato risorse economiche governative per incrementare le riserve di cereali. In Francia ci sono forti pressioni sul governo per fare scorte di cereali, sul modello Cina.

Il tutto all’insegna della solidarietà europea (?).

Ma le preoccupazioni alimentari non sono limitate al perimetro europeo.

L’Indonesia, primo produttore mondiale di olio di palma, sta aumentando i dazi all’esportazione.

L’Argentina, il più grande esportatore di farina di semi e olio di soia del mondo, sta impedendo che questi prodotti varchino i propri confini, così come l’Egitto per farina, lenticchie e grano.

A conferma di questo preoccupante scenario, il Commissario all’Agricoltura dell’Unione Europea, Janusz Wojciechowski, ha recentemente dichiarato: “Quello che sta succedendo in Ucraina cambierà il nostro approccio e la nostra visione del futuro dell’agricoltura”, chiaro segnale che la priorità di alcuni stati sarà quella di tendere a un protezionismo alimentare, evento inedito negli ultimi decenni.

Così il nostro modello di produzione agricola e di approvvigionamento sta repentinamente mostrando tutti i suoi limiti e crepe.

E pensare che Russia e Ucraina, pur essendo grandi produttori di cereali, forniscono soltanto circa il 4% del nostro fabbisogno di grano (dati ISMEA).

Diversa è la questione dell’olio di girasole, importante ingrediente per la produzione di conserve, salse, maionese. Ne importiamo più di un terzo del consumo annuo nazionale, 770 mila tonnellate solo nel 2021, di cui Il 63% proprio dall’Ucraina (dati Assitol)

Questa drastica riduzione sta mettendo in crisi le industrie agroalimentari del settore, che sono a rischio chiusura; sostituire l’ingrediente non è operazione semplice e cambiare le ricette non è una cosa veloce.

Ma queste improvvise defezioni e i conseguenti rialzi dei prezzi non erano eventi impronosticabili: la crisi ucraina è solo l’ultima in ordine cronologico. Già l’emergenza climatica, la pandemia e la crisi energetica avevano dato chiari segnali in tal senso.

Occorreva muoversi per tempo.

Il rischio è che la preoccupazione per l’approvvigionamento di materie prime alimentari e il caro prezzi finiscano per allentare le normative ambientali in vigore e possano essere il grimaldello per far entrare prodotti OGM, o esenti da controlli fitosanitari. Il bisogno finisce inevitabilmente per rendere tutti meno schizzinosi. E può passare di tutto.

Nessuno osa prendere in considerazione il fallimento acclarato di un modello produttivo che non funziona più e che ha attivato una crisi climatica di cui tutti vediamo gli effetti.

Badate che l’incremento del prezzo del grano non è una novità dettata dall’evento bellico.

Su questa testata ne scriviamo, a più riprese, da settembre.

L’attuale carenza di grano dipende in larghissima misura dagli effetti dei cambiamenti climatici che hanno decurtato le rese in paesi grandi produttori come Canada e Australia. Il conflitto bellico non ha fatto altro che amplificare questo dato.

Ma questa situazione rischia anche di produrre un pericoloso effetto domino per le sorti del Green Deal e della transizione ecologica in Europa.

Lo scorso 2 marzo, durante un consiglio straordinario dei ministri dell’Agricoltura europei, è stata avanzata la richiesta di “liberare la capacità produttiva dell’UE” per ridurre la dipendenza di materie prime dall’estero. Con la crisi in corso, i vincoli ambientali come la riduzione dell’uso di pesticidi e di fertilizzanti chimici, o l’incremento dell’importanza dell’agricoltura biologica, sono messi in serio pericolo

La situazione odierna sarebbe invece una buona occasione per porre al centro del dibattito la rilocalizzazione in casa nostra dei processi produttivi e l’accorciamento delle filiere.

Ma malgrado tutte queste criticità di prezzi e indisponibilità di beni alimentari, nei mercati all’ingrosso sta accadendo un fatto molto curioso: i commercianti lamentano una flessione delle vendite e conseguentemente dei prezzi.

«Il mercato è quasi fermo – ha dichiarato all’agenzia specializzata Italiafruit Giuseppe Zarba, presidente dei concessionari del mercato di Vittoria in Sicilia – anche perché le famiglie decidono di risparmiare sul cibo e invece che acquistare il pomodoro ciliegino, optano per la latta di passata». Stessa cosa sta avvenendo nelle centrali ortofrutticole di Fondi e di Brescia.

Risultato finale: lo scontrino della spesa diventa sempre più caro e la qualità del cibo che compriamo sempre più scadente.

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