SEMPRE PRIMI NELLA CHAMPIONS DELLE FURBATE

di LUCA SERAFINI – Il calcio è ovunque. Il VAR è ormai adottato da tutti i maggiori campionati. Il Covid è ovunque. Il pallone ha ripreso a rotolare a maggio in Germania e poi via via in tutta Europa. Ma. C’è un “ma”. In Italia, è tutto diverso. Il VAR, aperta e chiusa la parentesi, è consultato rigorosamente secondo canoni, criteri e protocolli in Inghilterra, Spagna, Germania, Francia, nelle coppe internazionali, ma… No, in Italia gli arbitri ci vanno quando gli pare, come a prendere un caffé al VAR.

I fatti sono sconcertanti se parliamo di coronavirus: l’Italia indicata come il Paese che prima e meglio scavalcò l’ostacolo in primavera, è sprofondata di nuovo nel caos. Ma. Ma il calcio per una volta aveva fatto le cose per bene: c’è un protocollo votato da tutti i club a inizio stagione, che riguarda controlli, esclusioni di giocatori, richieste di rinvii, comportamenti. Qualche positivo ci scappa, com’è normale, tra atleti, allenatori, staff, giardinieri, dirigenti, ma tutto procede fino a quando il Napoli si incarta tra protocollo del calcio e disposizioni ASL, non partendo per Torino dove avrebbe dovuto giocare contro la Juve.

Prima puntata all’italiana, senza alcun riscontro di episodi simili nel resto d’Europa.

Ed ecco, in tutto il suo clamore, il caso Lazio. C’è Futura Diagnostica, un laboratorio di Avellino (apparentemente normale la scelta: il presidente del club romano è anche proprietario della Salernitana…) che effettua i test sui giocatori biancocelesti come su quelli di Frosinone, Perugia e appunto Salernitana: la FIGC e la Lega calcio non hanno dato disposizione, infatti, perché i club professionistici abbiano un centro analisi unico (e come potrebbe essere, del resto?).

Alla Lazio c’è un focolaio che dilaga soprattutto nello staff: tantissimi i positivi, persino il direttore sportivo Tare. Tra i giocatori, invece, una serie di situazioni molto singolari che riguardano 3 diversi laboratori: sì, perché per giocare la Champions la Lazio deve passare per il Synlab, laboratorio con sedi in tutta Europa, cui la Uefa ha affidato i test per le proprie competizioni. Infine il Campus biomedico di Roma, centro riconosciuto dalla regione Lazio. Questi ultimi due laboratori la settimana scorsa dicono che Ciro Immobile è positivo al Covid 19. Lo ha rilevato il Campus, lo aveva rilevato Synlab. Il fatto è che per Synlab, Immobile era positivo già il 26 ottobre, prima di Bruges-Lazio, partita che ha dovuto quindi saltare. E poi anche il 3 novembre prima di Zenit-Lazio, anche quella vista da casa. Quindi per L’Uefa è come se Immobile fosse stato continuativamente positivo. In mezzo però la Lazio ha affrontato il Torino: e lì invece Immobile ha giocato e segnato, addirittura. Glielo permetteva un tampone negativo effettuato il venerdì prima della partita da Futura Diagnostica. Che venerdì, a poche ore dalla partita di campionato con la Juventus, è tornata a dare esito negativo. Proprio mentre un altro laboratorio, il Campus, individuava invece una discreta carica virale nel tampone fatto su Immobile.

La spiegazione non ufficiale che circola a Formello è che i test positivi del Campus sono di quelli rapidi, antigenici, mentre quelli di Avellino, negativi, sono molecolari e quindi prevalgono. Al Campus però, quando un tampone rapido emerge positivo, sottopongono subito anche al molecolare. “E in ogni caso: perché affidarsi a un centro per poi metterne in discussione il risultato?”, scrive “La Repubblica”.

La vicenda è nelle mani della Finanza, della Procura della Repubblica e della Procura sportiva. I rischi della Lazio sono pesantissimi, sia a livello penale che – appunto – sportivo. La buona fede è in discussione fino a prova contraria, sebbene gli indizi di queste ore siano gravi (al momento però l’unico indagato è il presidente del Cda di Futura Diagnostica).

Non possiamo esprimere valutazioni e giudizi con le indagini, gli accertamenti e il caos in corso. Possiamo solo scuotere la testa e allargare le braccia, una volta di più: eravamo il modello mondiale per come abbiamo affrontato l’epidemia in primavera… Ma.

Ma in autunno – dopo l’estate allegra di troppi faciloni – tra Dpcm cervellotici, crescita dei contagi, collasso degli ospedali e un paio di club di serie A del calcio, siamo tornati i furbi, maldestri pasticcioni di sempre.

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