Mentre la politica annuncia un piano da 100 milioni di euro tra ristori, filiera e tracciabilità per il rilancio della cerealicoltura siciliana, accade un fatto che nessuno avrebbe immaginato: gli agricoltori rifiutano la logica stessa del sussidio.
Esiste un momento in cui una comunità smette di chiedere e comincia a giudicare. È ciò che sta accadendo oggi. Per la prima volta non si contesta l’entità della prebenda, ma il principio della prebenda.
Si rompe così una liturgia che dura da decenni: crisi, proteste, promesse, contributi e nuove crisi. Un sistema che ha consentito alla politica di sopravvivere senza governare e a troppe organizzazioni di categoria di continuare a esercitare il proprio ruolo di intermediazione, mentre il reddito degli agricoltori si assottigliava anno dopo anno. È arrivato il momento che entrambi rispondano del fallimento di questo modello.
Eppure i numeri raccontano un’altra storia. La Sicilia produce circa 420 mila tonnellate di grano duro, una quantità teoricamente sufficiente a soddisfare il fabbisogno di pasta dell’intera Isola. Il problema, dunque, non è il grano. È l’incapacità di trasformarlo in pasta, lavoro, reddito e sviluppo, lasciando che il valore aggiunto venga creato altrove.
I contributi possono tamponare un’emergenza, ma non costruiscono un futuro. Occorre una vera politica industriale che realizzi una filiera siciliana del grano e della pasta e trattenga nell’Isola la ricchezza prodotta dalla sua agricoltura.
Accanto a questa strategia serve ciò che è sempre mancato: una grande campagna di alfabetizzazione alimentare, promossa dalle istituzioni. Non slogan, ma conoscenza. Spiegare ai siciliani che scegliere prodotti ottenuti da grano siciliano significa sostenere la propria economia, difendere il paesaggio, valorizzare la biodiversità e dare un futuro alle aree interne.
Voltaire osservava che chi riesce a farci credere assurdità finirà per convincerci a commettere ingiustizie. Per troppo tempo agli agricoltori è stato fatto credere che il problema fosse sempre altrove e che bastasse attendere il prossimo contributo per rinviare ancora una volta il confronto con la realtà.
Oggi, invece, accade qualcosa di nuovo. Gli agricoltori rifiutano l’elemosina elettorale e chiedono finalmente una visione.
C’è solo da augurarsi che questa volta il finale sia diverso. Perché troppe volte, nella storia recente dell’agricoltura siciliana, le proteste si sono sciolte davanti a un brodino caldo distribuito dalla politica, con la benevola regia di chi avrebbe dovuto rappresentare gli agricoltori anziché amministrarne il malcontento. E ogni volta, spenti i trattori e abbassati gli striscioni, è rimasta soltanto una certezza: i problemi erano gli stessi, gli agricoltori un po’ più poveri e qualcuno, invece, politicamente un po’ più ricco.
