La Grande Notizia non esiste. Neppure questa, a essere rigorosi, è una Notizia. Le notizie, grandi o piccole che siano, sono un gioco di specchi, un far credere, l’etere impalpabile con il quale la macchina dell’informazione – quella sì, esistente – alimenta se stessa urlando in faccia alla gente.
Comprenderete dunque come un nuovo Direttore Responsabile, appena nominato alla guida del “più autorevole quotidiano cittadino”, nell’approssimarsi al momento in cui dovrà tenere, come è rito, un discorso di insediamento davanti alla Redazione, si ritrovi tragicamente consapevole, forte della rivelazione di cui sopra, che in scena sta per andare solo e soltanto una farsa, un teatrino ridicolo, un povero avanspettacolo, tanto più scadente quanto più pomposo. Ciò basta a spingere il Direttore Responsabile, nel breve lasso di tempo che lo separa dall’apparizione davanti ai redattori, ovvero all’inizio ufficiale della farsa, nell’abisso vertiginoso di un formidabile flashback, in cui il tempo è sospeso e, come si vuole accada nel momento del trapasso (e una forma di trapasso questa è senz’altro), tutta la vita ci scorre davanti.
Momento inevitabile, ma anche sbagliatissimo. Perché il Direttore dovrebbe costringersi a questo crudele esercizio proprio nel giorno in cui ha raggiunto il traguardo finale della sua carriera, coincidente peraltro con la Grande Notizia che gli darà modo di avviare la direzione del giornale con più edizioni fantasmagoriche? Perché non può farne a meno, perché c’è qualcosa in lui che chiede di essere ascoltato e perché, a dispetto del cinismo e dell’opportunismo con cui ha costruito la sua ascesa, sotto il vestito blu che lo presenta e separa dal mondo, che gli conferisce dignità e status, egli è un uomo onesto.
Questa la premessa in cui Diego Minonzio, autore del romanzo “Gli inascoltati” (editore Polidoro), pone, un poco perversamente, il protagonista del suo insolito sfogo narrativo, le cui radici letterarie (Céline, Bernhard, Giuseppe Berto) affiorano senza sfigurare l’originalità del tutto. Uno sforzo doloroso al quale si costringe sì il protagonista, ma anche l’autore: pur evitando il compiacimento autobiografico, Minonzio deve per forza aver attinto dalla sua esperienza professionale che lo vede attualmente dirigere i quotidiani La Provincia di Como, La Provincia di Lecco e La Provincia di Sondrio e l’emittente Unica Tv.
Mettendo sotto processo il Direttore Responsabile, e in via indiretta anche se stesso, Minonzio obbliga il mondo del giornalismo ad affrontare a viso aperto le sue ipocrisie. Scorrono, nelle pagine de “Gli inascoltati”, i piccoli e grandi mostri (intesi alla Dino Risi) che ancora oggi affollano le redazioni: il Grande Inviato Editorialista, l’Analista Politico, il Direttore Vicario, tutti tromboni, maestri dell’onanismo dell’opinione a getto continuo e, sotto di loro, grida la sua voglia di protagonismo anche il popolo degli aspiranti nuovi smargiassi, selezionato, si badi, non grazie al talento (che nelle redazioni, spiega Minonzio, viene sistematicamente soppresso) ma in virtù di amicizie, complicità, disponibilità a rendersi utili come scendiletto. L’invettiva di Minonzio, spesso sostenuta da un ripetuto crescendo di immagini che partono da un comune ramo narrativo, movimento tipico del suo stile, ben conosciuto dai lettori delle testate che dirige, elimina la comicità (non l’umorismo) dal fantozzismo e ci impedisce pertanto di esorcizzarlo con una risata: esige invece che si guardi la realtà dritta negli occhi. E la realtà dice che le Grandi Notizie non fanno l’uomo: esso, piccola cosa in un grande mondo, è condizionato da altro, ovvero da avvenimenti che spesso segnano l’infanzia, episodi nascosti nel romanzo mai scritto del rapporto con i genitori (il padre, in particolare). Questo è quello che esiste per davvero e che conta sul serio: il resto – a incominciare dal giornalismo, ma non solo – è il circo che mettiamo in piedi per distrarci, la vetrina delle onorificenze che allestiamo per darci importanza e coraggio, per tenerci in equilibrio sul grande vuoto che minaccia di inghiottirci.
Un romanzo per pensare, per rivedere le nostre posizioni, magari anche per rivendicare un’opinione contraria a quella dell’autore, ma certo un romanzo onestissimo fino alla scarnificazione e polemicamente utile. Il che non si può dire, oggi, della maggior parte della carta stampata.
