NOBEL PER LA PACE: MAI A GANDHI, MAGARI A TRUMP

di LUCA SERAFINI – Credo di aver reagito come la maggior parte della gente, sentendo la notizia: sono rimasto sbalordito, spiazzato dalla candidatura di Trump al Nobel per la pace, un premio negato sempre a Gandhi, tanto per dire. La mia consueta ironia di pancia è sgorgata all’istante dalle viscere e ho sorriso ai miei amici: “Se è così, io posso essere proposto per il Pulitzer”.

Esaurito rapidamente lo sconcerto, però, si è accesa la curiosità insita nello spirito dell’uomo della strada e nell’animo del giornalista: chi, e soprattutto perché, ha potuto pensare di nominare l’impresentabile ciuffo arancione per un premio così alto, così… nobile?

Apprendo: è stato il parlamentare norvegese Christian Tybring-Gjedde, con la motivazione secondo cui il presidente degli Stati Uniti “ha avuto un ruolo fondamentale e decisivo nella mediazione svolta per l’accordo di pace tra Israele ed Emirati Arabi”.

Il mio sarcasmo è rimasto sospeso. Mi è venuta in mente la sera del 1997 in cui apprendemmo del premio Nobel assegnato a Dario Fo: ero a cena con numerosi amici che scoppiarono quasi tutti a ridere. Sì, scoppiarono a ridere: “Allora potevano darlo a Raimondo Vianello!”, ricordo perfettamente la battuta di uno di loro. Io ne sapevo parecchio di Dario Fo, che non ho mai amato fino in fondo perché per me il Mistero è tutto tranne che buffo, ma mi ha sempre affascinato e interessato. “Che ne sai tu di chi – e perché – assegna un Nobel? Sai chi c’è in commissione, come viene composta, con quali criteri vota?”, gridai in faccia al mio amico che aveva fatto la battuta di Vianello. “Un italiano ha vinto il Nobel e voi ridete. Voi lo sapete quante migliaia di universitari, in Svezia dove si assegna il Nobel, presentano ogni anno tesi su Dario Fo? E sapete quanti altri la presentano ogni anno nel mondo? Migliaia! Migliaia di giovani nel mondo si laureano con una tesi su Dario Fo. Voi conoscete il suo lavoro, le opere di Fo? Le avete mai lette, siete mai stati a teatro a vederlo?”.

Tybrin-Gjedde ha aggiunto che “si attendono altre nazioni mediorientali pronte a seguire il percorso fatto dagli Emirati: questo accordo potrebbe essere il punto di svolta nel trasformare il Medio Oriente in una zona di prosperità e cooperazione, Trump ne è stato l’artefice”.

D’acchito, io però ho pensato alla Polizia americana che spara e uccide come nel Far West, non facendo distinzione tra neri e persino autistici; alle violente proteste popolari che il presidente minaccia di reprimere a sua volta con la forza; al muro sul confine messicano (dove nel frattempo venivano carcerati i genitori e ingabbiati i bambini); all’atteggiamento irresponsabile sul tema Covid che stermina il suo popolo e non solo… Domanda inevitabile: per il Nobel fa classifica anche la pace in casa propria, nella propria giurisdizione? O valgono solo i grandi scenari internazionali?

Evidentemente quel Tybrin-Gjedde è andato oltre ai miei, ai nostri umili istinti. Come un mio collega che me lo ha ricordato in queste ore, il parlamentare norvegese ha pensato anche al fatto che il presidente americano sia stato l’unico a prendere una posizione drastica contro il regime cinese e in difesa dei ragazzi di Hong Kong, mentre sulla questione invece l’Europa balbetta a bassa voce. Tybrin-Gjedde deve aver pensato a quel ciccione coreano guerrafondaio che Trump ha disinnescato – per il momento – mentre analisti, storici e osservatori già parlavano di guerra mondiale.

Trump non vincerà il Nobel, non sarebbe politicamente corretto perché le troppe guerre intestine statunitensi fanno più notizia delle sue mediazioni internazionali. Politicamente corretto è però avvertire un certo disagio nel considerare che la sua nomina abbia potuto avere un fondamento, che la sua opera sia stata vitale per la pace sul pianeta. Magari, portandosi quel premio alla Casa Bianca, la mente di Donald Trump avrebbe potuto aprirsi come quella di Tybrin-Gjedde, facendogli vedere un fascio di luce in fondo al tunnel in cui l’opinione pubblica mondiale lo ha confinato. Giustamente, per adesso.

2 pensieri su “NOBEL PER LA PACE: MAI A GANDHI, MAGARI A TRUMP

  1. Augusto Menchini dice:

    E non dimentichiamoci che Obama, il signor “la guerra a volte è necessaria”, ricevette il Nobel pure lui, e bombardò l’Afghanistan solo due mesi dopo, e altri 6 paesi prima del termine della sua presidenza.

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