COVID, LA MINIERA D’ORO DEI CINESI

di GIORGIO GANDOLA – Mentre il mondo boccheggia accampandosi fuori dalle terapie intensive nella speranza di non doverle usare, c’è un paese che sembra avere superato brillantemente la prova del virus cinese: la Cina. Di Wuhan non si parla più, gli apparati hanno fatto con i medici e i ricercatori di quella regione le prove generali del trattamento Hong Kong, ed è bello (per loro) sapere che gli intellettuali del pianeta – impegnati a misurarsi la febbre – sembrano più concentrati su Ungheria e Polonia riguardo ai diritti umani.
La Cina è ripartita anche nei numeri. Il secondo trimestre del pil mostra un muscolare più 3,5%, che ha un significato stupefacente rispetto per esempio al nostro -12,8% o al -10,1 della Germania: ad aprile, maggio e giugno gli altri piangevano, stavano chiusi in casa, si litigavano le mascherine e Pechino ripartiva con un’accelerazione da Formula 1. Il comitato centrale non è comunque contento, era abituato a crescere del 6/7% ma vista la partenza dell’anno con contagi, morti e lockdown sembra essersene fatta una ragione. In definitiva, il Covid del pipistrello ha messo in ginocchio rivali del calibro di Stati Uniti ed Europa, forse più difficili da gestire perché appesantiti da quella disgrazia politica che si chiama democrazia.
Parliamo sempre nell’ottica cinese, di questi tempi è bene specificarlo; basta una parola di troppo per essere definiti disfattisti, negazionisti, alfisti o interisti. I quali peraltro sono costretti a fare il tifo per il patron cinese. Scherzi a parte, a Pechino si avviano a chiudere l’anno in attivo e non hanno cambiato sostanzialmente abitudini: continuano a tenere aperti tutti i wet-market dai quali si è scatenato il contagio mondiale. In questo caso il destino è stato cinico fino in fondo; la pandemia è stata battezzata tale in febbraio, ma la Cina sapeva che fin da novembre si stava alzando la tempesta perfetta e ha preferito giocare a carte coperte con il mondo.
A un certo punto sembrava che le uniche vittime fossero loro e per restare umani tutti i talk show italiani si sono trasformati in ristoranti della Grande Muraglia, con i conduttori che senza involtini primavera in diretta si rifiutavano di andare avanti. Un’enorme mistificazione che ha contribuito a far abbassare la guardia. Sindaci compresi. I contagi si sono moltiplicati in silenzio nelle regioni più popolose e con maggiore effervescenza economica (New York, Île de France, grande Londra, Baviera, Catalogna, Lombardia) e il virus si è radicato  in Occidente.
È curioso notare che uno dei motivi principali del secondo trimestre da leone di Pechino è determinato dal +9,5% dell’export, basato in quei mesi soprattutto sulla produzione di centinaia di milioni di mascherine e di altri dispositivi sanitari di protezione personale come camici e tute per tutti i paesi europei. Nelle prime settimane della tragedia epocale, da noi i medici e gli infermieri indossavano i sacchi della spazzatura ed entravano nei reparti a rischio con la stessa mascherina per giorni perché il nostro governo le aveva generosamente regalate ai cinesi. I quali, commercianti supremi, ce le hanno restituite facendocele pagare come da legge del mercato. Tutti in ginocchio tranne loro, lo dicono i numeri. Senza piano Colao, senza i banchi a rotelle di Arcuri, senza la ciclabile sullo stretto di Messina. E senza il Recovery (al manicomio) Fund.
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