LA GRANDEZZA IMMUTABILE DELLA SCUOLA, NONOSTANTE TUTTO

Riproponiamo una riflessione dello psicanalista Massimo Recalcati su “La Stampa”, una riflessione che serve molto alla riapertura delle scuole. Serve agli studenti, serve alle loro famiglie, serve agli insegnanti: di fatto restituisce la dignità che merita alla migliore delle nostre istituzioni, anche in questo clima di svilimento generale che tende a svuotarla di ogni valore.

di MASSIMO RECALCATI (PSICANALISTA) – La riapertura delle scuole appartiene ad un rituale sociale di cui tendiamo ad ignorare l’importanza, assimilandolo a un fenomeno della natura come fosse il ciclo inesorabile delle stagioni. A rafforzare questa assimilazione è la dimensione della Scuola come un dispositivo burocratico sempre più lontano dalla vita vera. Le norme grigie che strutturano il tempo scolastico (calendari, riunioni, programmi, valutazioni, ecc.) favoriscono la sua rappresentazione come una istituzione condannata a una ripetizione senza sorpresa. Un peso al collo o una condanna nel vissuto di molti studenti. Una incombenza necessaria in quello di molti insegnanti. Il processo di istituzionalizzazione della Scuola tende infatti a consumare anche i migliori.

È quella che ho definito altrove l’anima grigia dei dossier, il feticismo del numero, l’assillo della quantificazione. Il suo prodotto è sotto gli occhi di tutti. Dal lato degli allievi e degli insegnanti troviamo egualmente apatia, delusione, noia, frustrazione. A conferma che il sapere scolastico è un sapere separato dal mondo reale, un cumulo di informazioni astratte, fine a se stesse, una passione triste. Questa riduzione del sapere a un sapere morto scoraggia l’entusiasmo dell’apprendimento e ribadisce la sua separazione dalla vita. A cosa serve apprendere, studiare, sapere se poi l’impatto con la vita ne rivelerebbe fatalmente l’inutilità? La formazione scolastica sarebbe allora una perdita di tempo, un ritardare inutilmente l’inizio dell’attività lavorativa, come sostengono anche noti imprenditori del nostro paese?

Dovremmo sempre, oggi più che mai, contro discorsi simili, ricordare la centralità della scuola non tanto come luogo di accumulo di informazioni, ma come luogo insostituibile di formazione. L’esperienza della Scuola non è solo esperienza di una routine mortifera, ma anche della luce del sapere: il sapere non è un libro morto, ma un libro vivo, non è una passione triste ma una passione erotica. Ma questa luce deve essere testimoniata da chi insegna. Il che dovrebbe significare che non c’è separazione tra gli effetti educativi di una formazione e quelli cognitivi di una istruzione, che educazione e istruzione, nella pratica didattica, sono due facce della stessa medaglia.

Mentre il discorso cinico contemporaneo sostiene che la vera vita sia fuori dalla Scuola, che essa non abbia alcun rapporto con il sapere, il lavoro dell’insegnante dovrebbe essere quello di mantenere il sapere strettamente legato alla vita. Perché, come ricordava Wittgenstein, sono i limiti del mio linguaggio a significare i limiti del mio mondo. Dunque più il desiderio di sapere si irrobustisce, acquista forza, energia, slancio, più l’apertura del nostro mondo si allarga.

Tuttavia, garantire questa testimonianza non è una impresa facile. Come si resiste all’usura della ripetizione che inevitabilmente ogni insegnamento scolastico porta con sé? Come si fronteggia il processo di istituzionalizzazione in modo tale che il sapere trasmesso resti un sapere vivo e non morto? Problema reso ancora più complicato dal fatto che le nuove generazioni tendono ad allontanarsi dalla pratica della lettura e dallo sforzo che comporta uno studio sistematico. La distrazione non è solo una qualità psicologica sempre più diffusa tra gli allievi, ma una tendenza più generale che esprime una cifra di fondo del nostro tempo. Distrarsi è l’effetto di una erosione del desiderio che impedisce di restare prossimi alla cosa. In certi casi la distrazione può essere una difesa da un sapere che viene proposto senza alcun desiderio. In quel caso è una legittima difesa. Ma non può distrarsi chi suona un brano musicale o chi studia un libro di matematica. Non può distrarsi chi spiega le strutture grammaticali di una lingua o la deriva dei continenti. L’esperienza della luce richiede sempre dedizione, cura, attenzione. È quella che molti hanno avuto la fortuna di incontrare nei propri maestri.

Diversamente, la distrazione svia da ogni possibile cura. Significa passare da una cosa all’altra svuotandole in egual misura di valore. È la dimensione anti-epistemica della curiosità senza spessore che oggi spopola sui social. Ma la distrazione non deve essere vista semplicemente come un atteggiamento soggettivo colpevolmente svagato, ma come l’effetto dell’inclinazione iperattiva di fondo del nostro tempo. Consumare le informazioni senza dedicare tempo alla riflessione, distruggere la possibilità dell’esperienza attraverso il moltiplicarsi delle impressioni.

Ecco la testimonianza difficile a cui sono tenuti i nostri insegnanti. Dare prova di una concentrazione che non sia una forma ottusa del rigore, ma una cura. Essere concentrati sulla propria pratica è, del resto, la sola salvezza possibile per non cadere in una ripetizione scolastica del sapere che stroncherebbe anche gli spiriti più nobili. È la solitudine inevitabile che accompagna ogni insegnante: restare concentrati sul proprio lavoro, restare prossimi alla cosa, non lasciarsi distrarre dai rumori del mondo.

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