LA CONTRAEREA ETICA DELLE AZIENDE (PURTROPPO NON TUTTE)

E’ una teoria emergente che le grandi e piccole aziende private debbano essere sempre più integrate con la società in cui sviluppano il proprio business, tenendo conto non solo dei profitti, ma anche degli interessi dei tanti che permettono loro di prosperare. Non si può più ignorare il contesto.

In caso di guerre, vale ancora di più. I primi soggetti che si muovono sono ovviamente gli stati e le organizzazioni mondiali che si occupano di relazioni internazionali, in nome dei cittadini e degli associati che rappresentano. Nel caso dell’invasione russa dell’Ucraina, sono bastati pochi giorni per vedere nascere una lista (destinata ad allungarsi) di aziende che non sono disposte a girarsi dall’altra parte. Parliamo di multinazionali che decidono di ritirarsi, di chiudere filiali, di sfilarsi da joint venture, di cancellare progetti, in un parola di rinunciare a fare affari. Con un parallelo suggestivo, le filiali delle multinazionali sono come le ambasciate, che possono essere smobilitate quando non è più aria, per dare un segnale chiaro e inequivocabile al paese ospitante, addirittura con un effetto immediato sull’economia locale.

Ci sono nomi eccellenti, in gran parte compagnie mondiali che operano nel campo dell’energia, con un impatto diretto sul boicottaggio agli invasori. British Petroleum (BP), il colosso inglese, è stato il più reattivo e il più veloce ad annunciare fin da domenica scorsa la cessione del 20% della partecipata russa Rosfnet, rischiando una svalutazione di 25 miliardi. Seguono da lì a poco Shell, Equinor (Norvegia) ed Eni.

Non solo energia: anche nel settore auto con Daimler Truck e soprattutto Volvo, la prima casa automobilistica internazionale a decidere di sospendere le consegne fino a nuovo avviso. Nel gruppo ci sono anche blasonate società di servizi che si stanno schierando apertamente. Prese di posizione coraggiose, decise rapidamente da board di azionisti e manager con grande senso di responsabilità sociale e con vera consapevolezza che anche il settore privato può mettere in ginocchio i dittatori. Ognuno può e deve fare la sua parte, loro lo dimostrano.

Altri traccheggiano e condannano a parole senza intraprendere azioni concrete, comportandosi così in modo ambiguo. Stanno alla finestra, annusano l’aria che tira, proteggendo lo status quo e con esso il proprio interesse, pensando ancora che in caso di crisi grave ci sarà in giro qualche pezzo grosso che non li biasimerà e che dirà “hai fatto il tuo dovere”. Atteggiamento da retroguardia, da manager galleggianti in organizzazioni che si barcamenano. L’eterno ritorno dell’opportunismo, e chi l’ammazza l’opportunismo.

C’è, infine, la categoria di aziende che sceglie di parlare solo dell’Ucraina, sostenendo la causa anche con grande fervore e prendendo iniziative lodevoli, ma senza mai toccare l’argomento Russia. Come se ci fosse da risolvere esclusivamente il problema a valle e non quello che l’ha originato. E’ un scelta studiata, ma assolutamente parziale e calcolata, che si ammanta di una disinvolta allure di chi crede di aver intelligentemente spacchettato il problema in “questo si può affrontare” e “questo deve rimanere fuori dal gioco”, come in un qualsiasi business plan. Ma si mettano tranquilli, questi geni: l’etica non si può scomporre a proprio piacimento, è finito il tempo di fare solo ciò che conviene ed evitare ciò che può creare grane. Nella vita bisogna scegliere. E meno male.

 

 

 

 

Un pensiero su “LA CONTRAEREA ETICA DELLE AZIENDE (PURTROPPO NON TUTTE)

  1. cancarlo dice:

    Sono d’accordo, il rischio di 1 “putin-washing ” dell’aziende è sempre presente, specie di chi potrebbe ragionevolmente sostenere anche uno smarcamento/presa di posizione più seri…Ma il vero problema è che – una volta soluzionato in qualche modo il drammatico problema in corso, temo ragionevolmente che nulla sarà più come prima, a meno di una definitiva uscita di scena di putin…Dopo la crisi finanziaria ed il coronavirus, pure questa ci voleva…!

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