LA CINA E’ SUPERPOTENZA SOLO DI PROVERBI

Che ai cinesi piaccia parlare per proverbi, l’abbiamo imparato dalle fonti più dotte. Dal fumetto “Nick Carter” di Bonvi, per esempio, nel quale l’assistente Ten, un cinese tratteggiato a colpi di stereotipi tali da renderlo, oggi, del tutto politicamente scorretto, spesso elargiva saggezza in pillole, ogni volta facendo precedere l’erogazione dalla formula: “Dice il saggio…”

Non può dunque stupirci che al presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping sia piaciuto presentare la posizione del suo Paese circa il conflitto russo-ucraino attraverso un proverbio. L’adagio in questione viene fatto risalire a un poeta della Dinastia Song (960-1279), chiamato Hui Hong. Ebbene che cosa disse il saggio Hui? Quale sfolgorante perla di saggezza consegnò all’umanità così da meritarsi, tanti secoli dopo, una citazione da parte del presidente Xi?

Il proverbio è parte di una raccolta di insegnamenti buddisti. Un maestro chiede ai suoi allievi: “A chi tocca riprendere il sonaglio d’oro dal collo della tigre?”. Dopo averci pensato su, un allievo risponde: “A chi ce lo ha messo”. Xi ha semplificato l’esposizione, limitandosi a dire che la responsabilità di togliere il sonaglio dal collo della tigre spetta a chi glielo ha infilato.

Le popolazioni soggette ai bombardamenti avranno certamente apprezzato che un leader compreso nel ristretto circolo di quanti sono in grado di decidere dei destini del mondo abbia affrontato la questione che li riguarda con un linguaggio da Settimana Enigmistica; al mondo cosiddetto occidentale, invece, non è rimasto che tentare di interpretare il pensiero di Xi, ovvero di uscir di metafora e definire la posizione della Cina nei soliti termini, pratici e volgari, ai quali siamo abituati da questa parte del globo.

Innanzitutto c’è da dire che Xi ama questo proverbio. Infatti, non è la prima volta che lo cita. Già nel 2014 lo usò per dismettere le proteste di parte della stampa estera circa le difficoltà ad ottenere un visto d’ingresso in Cina. Dunque, il significato è chiaro: chi ha creato il problema se lo deve risolvere.

Nel caso presente, tuttavia, occorre procedere oltre e chiedersi, per esempio, chi sia la tigre in questione. Quasi tutti i commentatori, almeno in Italia, hanno identificato la tigre con la Russia. L’Occidente avrebbe dunque creato le condizioni per cui la tigre russa, dispensata per un momento dalla tradizionale allegoria dell’orso, si comporta come si comporta. Avendola provocata, spetterebbe a noi blandirla in modo da ridurla a più miti consigli. Qualcuno, però, fa notare che la tigre potrebbe essere l’Ucraina: incoraggiata, probabilmente illusa, dalle lusinghe occidentali, con in tasca una mezza promessa di ammissione all’Unione europea (e di conseguenza alla Nato, secondo la logica russa), ora va cercando un’indipendenza storicamente improponibile. Ancora una volta, tocca a chi l’ha istigata trovare il mondo di frenarla. In conclusione, un enigma a due facce che porta a una sola conclusione: la colpa è dell’Occidente, sbrigatevela voi.

Chissà, forse Xi si è anche concesso una risatina tra sé e sé, al pensiero che l’anno cinese, inaugurato lo scorso 1 febbraio, secondo il calendario astrologico orientale è guarda caso dominato proprio dalla figura della tigre. Se la guerra fosse scoppiata nel 2023, avrebbe dovuto tirar fuori un proverbio sul coniglio. Al quale, l’esperienza insegna, è relativamente facile sfilare sonagli d’oro o di altro metallo.

Comunque, sia pure per le vie oblique dell’eloquenza cinese, oggi sappiamo che, anche da quelle parti, la colpa per la tragedia in corso viene accollata all’Occidente. Di più: sappiamo che sulla base di questo assunto la Cina non intende prendere iniziative per convincere le parti a raggiungere un’intesa.

Un paio di considerazioni sono lecite. La prima è che questa storia dell’Occidente colpevole di tutto ha un po’ rotto le scatole. Che l’Occidente (la cui definizione precisa, tra l’altro, è chiara solo a chi la usa seguendo linee ideologiche semplicistiche) abbia tante colpe – storiche, militari, economiche, politiche – è fuor di dubbio, ma che le potenze esterne alla sua sfera siano sempre e comunque innocenti, e anzi vittime, è una frottola insostenibile. La tesi dell’immutabile colpa occidentale è da molti avanzata con vigore nell’Occidente stesso, forse perché presenta un vantaggio strategico: qui, nell’esporla, non si rischia di finire in galera.

La seconda considerazione è che la Cina, al suo primo vero test da superpotenza mondiale, ovvero da Paese la cui forza economica, militare e politica sarebbe in teoria sufficiente a influenzare l’equilibrio globale dei poteri, ha decisamente deluso. Un proverbio, un atteggiamento di attesa, una malcelata intenzione di trarre vantaggio dalla tensione internazionale: non sono queste posizioni degne di un Paese che voglia e sappia assumere un ruolo da protagonista sulla scena mondiale. A proposito di tigri, viene il sospetto che quella cinese sia di carta, così come suggerisce un altro proverbio di quelle parti.

Per fortuna, le dotte fonti di cui sopra ci dicono anche, e con precisione, che il colpevole non è l’Occidente. Come tutti sanno, il malvagio lestofante è Vladimir Moulinsky. No, sbagliato: Stanislao. Stanislao Moulinsky. Un piccolo lapsus, perdonate.

 

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