Dove ho casa io, in Trentino, c’è una stradella, un tempo nemmeno asfaltata, che sale la pendice della montagna, verso i pianori sommitali: verso il fresco dei larici e l’erba che sembra fatta apposta per sdraiarcisi e schiacciare un pisolo. La località si chiama Castagner, ma, una volta, si diceva Ciampinoi e vi si trovava un piccolo cimitero di guerra autroungarico. Un posticino tranquillo e piuttosto defilato, rispetto agli aperitivi rumorosi e alle boutiques del centro paese. Orbene, qualche anno fa, del tutto inaspettatamente, sull’onda della celebrità cui è assurta la località, grazie a pubblicità e spot televisivi assortiti, qualcuno ha pensato di costruirci un enorme edificio, per destinarlo a resort di superlusso. Come un rutto in chiesa, se rendo l’idea. Una costruzione sproporzionata rispetto alle sobrie case da monte, e dai contorni vagamente hollywoodiani, che ha immediatamente attratto vippini e vipponi in vena di spendere, oltre al solito codazzo di wannabe, cui basta farsi una fotografia in un posto sciccoso per sentirsi Gianni Agnelli.
Sul momento, i valligiani hanno bofonchiato: qualcuno ha espresso al bar il proprio malumore, ma, passato un po’ di tempo, nessuno ci ha più fatto caso. Così, quasi di fronte alla bellissima pieve del XII secolo, quella della più famosa danza macabra d’Italia, adesso sorge questo abominio scuro e incombente, che fa a pugni con tutto il resto, ma che, evidentemente, giova a qualche portafogli.
E così facciamo sempre, noi Italiani, dal Trentino fino alla Sicilia: ci imbrattano le coste, ci rovinano le montagne, ci deturpano luoghi di una rara bellezza e noi, in cambio, al massimo brontoliamo un tantino e facciamo spallucce. Ci convincono coi discorsi dell’occupazione, della valorizzazione, dell’indotto economico. Mentre, invece, questa gente senza scrupoli andrebbe presa a calci nel preterito o, meglio, subire le attenzioni della rabbia popolare ed essere cacciata via, senza tanti complimenti.
Proprio in questo periodo fanno testo e cronaca d’attualità i casi, abbastanza clamorosi, di Cala Finanza, Isola di Tavolara, del litorale gallurese di Loiri, e della riviera di Ostuni, in Puglia: luoghi bellissimi che sono minacciati da colate di cemento, in previsione della creazione di resort a cinque stelle o alberghi di lusso. Laddove il vero lusso è proprio quello di potersi godere una natura splendida e incontaminata e non certo l’idromassaggio o le chaises longues con il cameriere in marsina che ti versa lo champagne. E se si pensa che, spesso, è proprio il governo a scavalcare cittadini ed enti locali, per sostenere questo genere di progetti, dietro ai quali c’è sempre qualche investitore senza scrupoli, il timore che il male possa trionfare si fa decisamente più giustificato.
Guardate cosa stanno facendo in Albania: dico in Albania, non all’Accademia dei Lincei. Per tutelare la penisoletta di Zvërnec, autentica perla ambientale e paesaggistica, minacciata dalle mire speculative di uno della banda Trump, sono scesi in piazza a migliaia: la rivoluzione dei fenicotteri, la chiamano. E vedrete che la spunteranno: Zvërnec rimarrà un paradiso, in cui depongono le uova le tartarughe e nidificano gli uccelli, ma dove gli avvoltoi americani non sono graditi affatto. Ecco, perfino dall’Albania ci tocca d’imparare a difenderci dai satrapi del denaro facile, dai devastatori del bello in nome dell’utile.
Noi, che siamo i padri della civiltà occidentale e che possediamo infinite meraviglie, non ne cogliamo la stupenda fragilità: lasciamo che vengano depredate, insozzate, nella migliore delle ipotesi, imbalsamate, per il piacere malsano di qualche riccastro, di qualche odioso parvenu venuto dalla Russia o dalla California. Eppure, se c’è una causa per cui andrebbe combattuta una rivoluzione, è proprio quella della bellezza: la guerra del bello contro l’oro, della civiltà contro l’interesse volgare.
Solo che, a noi, questa cosa non entra in testa: siamo troppo abituati a essere circondati da cose splendide da pensare istintivamente che siano eterne ed immutabili. Il che, purtroppo, non è: certi patrimoni vanno salvaguardati e difesi. Soprattutto, in questi tempi calamitosi, in cui il dio denaro sembra avere sostituito ogni altra divinità della nostra già pencolante teogonia. Vigiliamo, amici miei. E, se necessario, alziamo la voce, sopra i borbottii quotidiani del campionato di calcio o della politica politicata. Ne va della nostra stessa esistenza, perché un popolo acefalo, decapitato della propria stessa identità culturale, martoriato nei suoi beni paesaggistici, svenduto al primo offerente, smette di essere una Nazione e diventa mucillagine sociale, plebe priva di nome.
Pensate che esageri? Quando, qualche decennio fa, qualcuno previde che con un telefono si potesse guardare un film o giocare in borsa, l’uomo della strada commentò: fregnacce. Ecco, cerchiamo di non essere così poco lungimiranti. Pensate al futuro. Pensate al Castagner.
