I NOSTRI GIORNI SENZA NOTTE

di FABIO GATTI – Quelli della notte non si riuniscono ormai da un po’, causa coprifuoco, ma soprattutto non si riuniranno quelli delle Notti più notti di tutte, i devoti della Veglia natalizia e i festaioli del veglione di Capodanno. La notte è cancellata per decreto – e non a caso – proprio nell’imminenza delle due notti per eccellenza: quella che divide gli anni e quella che ha diviso la Storia, in un prima e in un dopo. Tutto è cominciato e ri-cominciato in una notte: come l’universo era nato nel buio primordiale, l’umanità iniziò a incamminarsi verso nuovi orizzonti in quella notte di duemila anni fa.

Se nel passato il fascino della notte era quello tipico di tutto ciò che appare misterioso e inesplorabile, con l’avvento dell’illuminazione elettrica la notte è diventata un prolungamento del giorno, con ritmi a 24 ore e giornate no-stop. In passato la notte segnava la pausa di (quasi) tutte le attività, a cominciare dalla guerra, perché le tenebre rendevano impossibile ogni operazione. Nell’antichità era impensabile anche solo uscire di casa nottetempo: le città erano immerse nel buio totale, chi le animava era un’umanità degradata e misera, senza nulla da perdere. Non a caso avvengono di notte alcuni tra i momenti più significativi della vita di Gesù, impegnato a riscattare proprio quell’umanità notturna e marginale: dalla nascita all’orazione nell’orto, dall’Ultima Cena alla salita al Calvario, dalla deposizione nel sepolcro fino alla Resurrezione, la notte per Gesù è tempo di missione e di salvezza almeno quanto il giorno.

Ma a parte la divina eccezione, la notte è sempre stata il momento dell’interiorità, quello in cui ci si rivolge a se stessi, un tempo di autocoscienza e di introspezione. I lirici greci erano colpiti dalla pace assoluta che di notte s’impossessa della natura: “Dormono le cime dei monti, e le gole, le balze e i burroni; la selva e gli animali che nutre la nera terra: le fiere dei monti e la stirpe delle api, e i pesci nella profondità del mare agitato; dormono gli uccelli dalle ali distese”. La quiete notturna dipinta da Alcmane può accompagnarsi alla pace degli animi, come nei versi di Goethe (“Su tutte le vette è quiete / sopra ogni cima / senti appena un alito. / Tacciono gli uccelli nella selva. / Attendi: presto / avrai quiete anche tu”), o all’opposto contrastare con animi tormentati e insonni. Ci sono le notti della nostalgia, quelle in cui, come Saffo, avverti con malinconia il passare del tempo e il sopraggiungere della solitudine (“Tramontata è la luna / e le Pleiadi nel mezzo della notte; / anche giovinezza ormai dilegua, / e ora nel mio letto resto sola”) e ci sono le notti del sogno, in cui la realtà si mescola all’inconscio, e ci si abbandona a una dimensione onirica, fuori dal tempo e dallo spazio.

La requie della notte, però, ha spesso richiamato una requie ben più lunga e spaventosa: Catullo, in versi indimenticabili, ne ha tratto spunto per un invito vitalistico a godere fino in fondo della vita, prima che sia troppo tardi (“Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci, e non diamo peso ai rimbrotti dei vecchi moralisti; i giorni muoiono e rinascono, ma noi, quando cade la breve luce della vita, dobbiamo dormire una sola interminabile notte”); altre volte, al contrario, la notte è invocata come balsamo definitivo per le sofferenze della vita, come fa Foscolo nel sonetto “Alla sera” (“Forse perché della fatal quiete / tu sei l’imago, a me sì cara vieni / o sera!”) o il Pascoli con i versi struggenti e tenerissimi de “La mia sera” (“Mi sembrano canti di culla, / che fanno ch’io torni com’era… / sentivo mia madre…poi nulla… / sul far della sera”).

Nemmeno di notte può spegnersi quel barlume di luce che ci fa sperare nel giorno: non a caso la notte a cui più siamo legati è la Vigilia, di un anno o di un’era, la notte che esaurisce l’oggi, ma subito si proietta sul domani.

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