HONG KONG UMILIA IL VIRUS

di MARIO SCHIANI – Come è possibile che una città come Hong Kong, al confine con la Cina e anzi parte della Cina stessa, sia pure con uno status (sempre meno solido) di Regione autonoma, sette milioni di abitanti ammassati in un’area ben più piccola della Lombardia, conti 120 casi accertati di Coronavirus, mentre la provincia di Bergamo, a quasi diecimila chilometri di distanza, un milione e centomila abitanti o giù di lì, sia alle prese con quasi 1.500 contagiati? Pura fortuna – per Hong Kong, si capisce –, temperatura favorevole (in questi giorni tra i 24 e i 19 gradi), oppure, e qui c’è pane per i complottisti, dati fasulli, menzogne di Stato, conteggi manipolati?

Possiamo lanciare la fantasia all’inseguimento di ogni possibile dietrologia, ma alla fine dovremmo ammettere che, da quelle parti, in fatto di contenimento del contagio ne sanno più di noi, e sarà il caso di imparare qualcosa. Appena qualche giorno fa il manager italiano di Venchi a Hong Kong dichiarava al Corriere che l’osservanza “ferrea” delle regole di sicurezza sanitaria ha salvato la città da un contagio più diffuso, minacciato dall’altissima densità abitativa e dal continuo transito di persone dall’adiacente Repubblica popolare. Macao, l’altra, più piccola, enclave cinese – già colonia portoghese – ha fatto perfino meglio: appena una decina i casi confermati.

Ciò che rende particolari i casi di Hong Kong e, in misura minore, di Macao, è che mentre nel resto della Cina le misure di contenimento sono state applicate con la solita mano pesante dell’autorità centrale – un modello poco esportabile tanto in Italia quanto negli altri Paesi europei – a Hong Kong i cittadini hanno fatto tutto, o quasi, da soli.

Se pure il governo locale, guidato dalla contestatissima governatrice Carrie Lam, si è speso in raccomandazioni e minacce, la “cintura” sanitaria stretta dalla città – che ha individuato un focolaio importante in una sola area, quella di una congregazione buddista a North Point – è  merito dell’iniziativa privata e individuale.

A Hong Kong, infatti, il governo locale (e tantomeno quello centrale, a Pechino) non gode (più) di alcuna autorità sulla popolazione. Mesi e mesi di proteste, scontri e arresti – che ancora continuano nonostante in Occidente, per ovvi motivi, non facciano più notizia – hanno portato al grado massimo la tensione con Pechino e a quello minimo la fiducia nei reggenti (non eletti) della metropoli.  Non che la città sia governata dal caos – la Polizia e l’occhio lungo dell’imperatore rosso Xi Jinping badano a che ciò non accada – ma la fiducia dei cittadini è praticamente azzerata e la credibilità degli amministratori nulla.

Molto più delle ordinanze ha potuto l’esperienza: quella dell’epidemia di Sars nel 2003. Alle prese, 17 anni fa, con un Coronavirus meno contagioso ma più letale, gli abitanti di Hong Kong hanno vissuto in largo anticipo ciò che stiamo vivendo noi oggi: evidentemente hanno imparato bene la lezione.

La più importante? E’ necessario che scatti un sentimento di rispetto reciproco. Nelle strade, nei centri commerciali che, infinito reticolo, costituiscono una città nella città e sui mezzi pubblici, oggi praticamente tutti portano la mascherina: non per difendere se stessi, ma per proteggere gli altri. Chi trasgredisce a questa consuetudine viene guardato storto: non solo come potenziale portatore del virus ma come trasgressore di un essenziale tabù sociale. Girare a volto scoperto significa dichiarare apertamente di non aver interesse per il prossimo.

Ci sono poi altre iniziative che potrebbero ispirarci: per esempio lo scaglionamento degli orari di lavoro. Per evitare ammassamenti nei mezzi pubblici – indispensabili per muoversi a Hong Hong – moltissimi uffici privati che non hanno potuto delegare tutto al telelavoro prevedono diverse fasce di entrata e uscita.

Da Hong Kong, in conclusione, non arriva certo un invito a ignorare l’autorità (la loro situazione politico-sociale non è lontanamente paragonabile alla nostra), ma un messaggio chiaro: la solidarietà tra persone, tra semplici cittadini, il saper fare comunità e l’auto-disciplinarsi in casi come questo sono fondamentali. Loro l’hanno imparato sulla loro pelle 17 anni fa, noi dovremo fare altrettanto oggi, e alla svelta: per questa ragione l’esempio di Hong Kong è tanto più prezioso.

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