DUE COSE CHE ERDOGAN DOVREBBE SAPERE SUI MURI

di FABIO GATTI – E’ sempre tempo di muri. Nuovi muri che si innalzano, come la barriera montata da Erdogan a Istanbul per isolare dal resto della città il campus universitario, teatro di proteste contro il suo regime. E poi muri che si condannano, nei discorsi del Papa. Muri che si interrompono, come quello al confine tra USA e Messico, per il quale Joe Biden ha annunciato di non voler spendere «nessun altro dollaro dei contribuenti americani».

È curioso il doppio plurale del termine “muro”, muri e mura, quasi che le mura fossero qualcosa di più nobile dei muri, tanto da meritare (è il caso delle mura di Bergamo) l’ambìto riconoscimento culturale dell’Unesco: in realtà le mura non sono altro che muri, solo più sistematici e monumentali. Identica è la ragione della loro esistenza, cioè la volontà di difendere l’interno dall’esterno, la sicurezza dal pericolo. Che poi qualche muro sia “meraviglia del mondo”, come la grande muraglia cinese, o – prima dell’epidemia – meta turistica, è solo uno dei simpatici scherzi che la storia si diverte a combinare.

La costruzione di mura, che oggi appare anacronistica, accompagna l’uomo dall’alba dei tempi, perché risponde a un istinto ancestrale come la necessità della difesa, ma anche a un’esigenza più psicologica, quale la costruzione di un’identità che non può prescindere dall’alterità: il sé si può de-finire (cioè, etimologicamente, de-limitare) in presenza dell’altro da sé, l’identità si ha nella diversità, non nell’uniformità, perché solo la differenza permette all’uomo di riconoscere se stesso e il proprio ruolo nella realtà. Il muro serve allora a distanziare e a discriminare, a distinguere e a differenziare: non a caso nella civiltà romana la costruzione del muro avveniva con una cerimonia sacra, scandita da una serie di tappe rituali come il tracciato del solco, l’erezione di una cinta, e poi soprattutto la creazione del pomerio, cioè la fascia di terra in prossimità del muro interdetta a qualsiasi attività, per sancirne il significato simbolico e sacrale.

Il muro è in tutta evidenza un simbolo più che uno strumento, anche se spesso può diventare efficace: molte aree dell’Europa occidentale si sono salvate dalle invasioni del X secolo grazie a forme di fortificazione, la civiltà cinese si è giovata più volte della sua muraglia, il rafforzamento delle mura di Roma in epoca aureliana ha potuto ritardare la caduta dell’impero, le mura di Troia hanno obbligato i Greci a un estenuante assedio di dieci anni, il muro di Berlino è riuscito per decenni a isolare nella plumbea miseria la zona Est.

È probabile che anche il muro di Erdogan riesca per un po’ a essere efficace, ma gli esempi storici mostrano i due lati della medaglia: la solidità di un muro, breve o lunga che sia, è comunque a tempo, perché i muri sono opera umana e, come tale, inevitabilmente effimera. Ci sarà sempre uno stratagemma materiale o intellettuale che, prima o poi, vincerà la resistenza del muro, ci sarà sempre un’arma più potente, un’idea più astuta, una pressione più impetuosa della pietra, perché a volte l’immaterialità è più forte della materialità, e così al muro di Berlino è bastata l’irresistibile voglia di varcarlo per cadere, come le mura troiane si sono sgretolate per un falso regalo.

Chi si illude di lasciare il proprio segno nel mondo con un muro potrà forse aver ragione della cronaca, ma non della storia, perché intere civiltà sono crollate dietro a mura inerti e vane, basti pensare alla Roma imperiale o alla Repubblica di Venezia travolta dall’armata napoleonica. Persino la monaca di Monza, murata viva, è riuscita a varcare idealmente i confini della propria reclusione, popolando le pagine più famose della nostra letteratura e rientrando così magnificamente nel consorzio umano dal quale era stata segregata.

Gli unici muri davvero irresistibili e duraturi sono quelli invisibili, i muri che non poggiano sul terreno ma si innalzano nell’etere, i muri interiori che ognuno eleva nella mente e nel cuore: i muri dell’incomunicabilità e delle granitiche certezze, i muri del pregiudizio e del settarismo, i muri della paura e dei fantasmi mentali. Sono i muri metafisici più solidi di quelli fisici, perché i secondi possono cadere per volere altrui, ma i primi crollano solo per nostra volontà, che a volte manca e a volte non ha possibilità.

Eugenio Montale ha saputo dare concretezza ai muri ideali in versi di stupenda poesia. Montale aveva capito bene che il muro, più che tener fuori, serve a tener dentro, nell’idea che a chi si trova aldiquà basti un piccolo orticello e una periodica folata di vento per sentire palpitare «l’ondata della vita»: idea illusoria, perché tutti, prima o poi, riusciranno a vedere che cosa c’è aldilà.

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