AIUTARE NON SOLO A NASCERE, MA ANCHE A MORIRE

di ALBERTO VITO (Responsabile UOSD Psicologia Clinica A.O. dei Colli – Didatta Scuola Romana di Psicoterapia Familiare) – Una persona qualche giorno fa mi ha detto: “E’ da quando ero bambina che so di dover morire. La morte è sempre stata la mia prima certezza. Su questa ho costruito la mia vita.”

Ovviamente non tutti posseggono la saggezza di questa persona, ma l’espulsione del tema della morte nella società occidentale è un dato di fatto. Le cause sono complesse e hanno origine religiose, filosofiche, economiche, sociali, psicologiche che non sono indagate qui. Eppure il tema, ovvero riconoscere la morte come tappa naturale della vita, ha una sua rilevanza assoluta, con riverberi in tante aree della nostra vita.

Tra le tante conseguenze di questa omissione vi è anche l’impreparazione e le difficoltà dei servizi sanitari. Un esempio per tutti: una collega psicologa negli scorsi anni è stata chiamata a collaborare con il Servizio di A.D.I. di un’Asl di una provincia campana, proprio per accompagnare i pazienti terminali e le loro famiglie. E’ accaduto più volte che, dopo la morte dei pazienti, i familiari chiedessero il proseguimento dell’intervento psicologico nelle fasi del lutto. Ebbene, la risposta burocratica è stata che non essendovi più un “paziente”, tale intervento domiciliare non poteva essere fornito né rendicontato.

Nella mia regione, la Campania (ma non credo che altrove sia molto diverso, tranne meritorie eccezioni), che io sappia, solo poche Associazioni di volontariato e hospice danno una risposta concreta a questi bisogni, tra essi spicca l’Onlus “Compagni di Viaggio” che, grazie ai fondi valdesi da anni ha attivato un servizio di assistenza psicologica domiciliare per pazienti oncologici.

Si tratta di un lavoro complesso che richiede una solida preparazione ma soprattutto un impegno emotivo non da poco. E’ un lavoro importante che dovrebbe essere riconosciuto e valorizzato: così come le/i ginecologhe/i hanno la fortuna di assistere per tante volte al miracolo della nascita, essere d’aiuto in un altro momento alto del ciclo di vita ha una funzione estremamente importante.

La conferma indiretta di quanto questo lavoro sia difficile e parzialmente negato me la suggerisce una riflessione legata all’ambito oncologico. In esso operatori sanitari e volontari promuovono sempre più spesso iniziative meritorie che offrono corsi di trucco, visagista, di danza e ballo. Sono proposte certamente utili, miranti a migliorare la qualità della vita dei pazienti oncologici, ma credo che siano anche inconsapevolmente guidate dal tentativo di esorcizzare la morte, opponendogli la vitalità in tutte le sue forme. Spesso, però, un certo numero di persone ha bisogno soprattutto di raccoglimento, di vicinanza silenziosa, di ascolto rispettoso.

Ma vengo all’attualità, da cui sono scaturite queste considerazioni.

In Campania sono morte circa 450 persone per/con covid, in Italia oltre 35.000. Certamente ci sono patologie, a partire da quelle oncologiche e cardiologiche, che purtroppo provocano più vittime. Il dolore non è certamente diverso e non importa ora la dimensione epidemiologica di ogni patologia. E’ pur vero però che il Covid ha una sua drammatica specificità: spesso si ammalano più persone della stessa famiglia; inoltre, le esigenze infettivologiche impongono rigide separazioni tra i congiunti, proprio nel momento in cui è più importante essere vicini, e perfino il rito del funerale in molti casi è stato vietato o fortemente limitato.

Ciò significa, per restare alla mia regione, che vi sono 450 mogli/mariti in lutto, molti più di 450 figli, genitori, fratelli in lutto. Chi si occupa di queste persone? Quali servizi vengono offerti loro? Chi se ne occuperà in futuro? Come potranno elaborare il loro dolore?

L’U.O.S.D. di Psicologia Clinica dell’A.O. dei Colli (Monaldi, Cotugno e CTO), grazie alla collaborazione di infettivologi e psicologi, riesce ad intercettare alcune delle richieste di aiuto dei familiari che hanno perduto un congiunto. Riusciamo a prendere in carico alcune persone. Si tratta di storie molto intense, piene di dolore e di rabbia.

Possiamo senz’altro fare di più, ma è evidente che non tutti possono essere seguiti da noi, così come va preso atto che non tutti fanno richiesta di assistenza psicologica.

Infatti, la questione è più vasta e non riguarda la sola psicologia, né si risolve con la richiesta pur legittima di più posti di lavoro per questa o quella categoria professionale.

La questione è innanzitutto etica e culturale. Etica perché è un dovere della collettività essere vicino a queste persone, così come alle famiglie con bambini oncologici o con deficit psichici. Se nemmeno le tragedie sociali sono capaci di risvegliarci, non ci sarà alcun progresso umano. Se le tragedie esaltano soltanto i nostri egoismi, i nostri difetti, il nostro bisogno di accaparramento, inevitabilmente ci attendono tempi tristi. Ci sarà progresso collettivo solo se i tanti dolori personali a cui assistiamo ci aiuteranno a sviluppare solidarietà e rispetto. Il secondo aspetto è culturale: smettere di eliminare finanche il pensiero della morte dalla nostra società. Occorre dare risalto a questo tema, per quanto doloroso e difficile. Ciò potrà servire anche a formare operatori capaci di aiutare chi affronta questa tappa, ma soprattutto contribuire a sviluppare una consapevolezza collettiva. La morte non si sconfigge cercando di ignorarne l’esistenza. Non è infrequente, nella mia attività di psicoterapeuta, ascoltare pazienti che, a loro avviso, fanno risalire l’origine delle proprie difficoltà, talvolta ad anni lontani, alla morte di un familiare importante. A distanza di anni, in psicoterapia tentano di trovare un senso a ciò che è accaduto. La memoria a volte si confonde e spesso mancano informazioni essenziali.

Concludo con un’ultima osservazione.

Da tempo, mi occupo di come aiutare i pazienti e i loro familiari a convivere con la malattia. La riflessione nasce da un’osservazione comune a chiunque lavori in ambito sanitario: le reazioni individuali alla malattia sono profondamente diverse da persona a persona. E se le reazioni più frequenti sono di tristezza, depressione, ansia o isolamento, è innegabile che un certo numero di persone, che costituiscono certamente una minoranza, ma non tanto rara come si potrebbe credere, riescano, dopo una fase di accettazione, ad “utilizzare” l’esperienza della malattia per una positiva ricollocazione delle loro priorità esistenziali. Ciò dipende innanzitutto dalle loro risorse personale e familiari. A me interessa occuparmi di come gli operatori sanitari, piuttosto che semplicemente assistere a questo fenomeno, possano sviluppare capacità osservative e competenze per aiutare i pazienti e i loro familiari a convivere al meglio possibile, per quelle che sono le loro esigenze, con la malattia.

L’accompagnamento nell’ultima fase della vita e l’assistenza ai familiari che hanno subito un lutto sono quindi strettamente connessi a questo modo di intendere l’assistenza psicologica e sanitaria in genere.

La morte può aiutarci a ricordare che la vita non è solo evitare la sofferenza, non è neanche la ricerca della felicità, ma è innanzitutto ricerca di senso e consapevolezza.

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Un commento su “AIUTARE NON SOLO A NASCERE, MA ANCHE A MORIRE

  1. Sergio Zofra il said:

    Ritengo che accompagnare una persona nell’ultimo tratto della sua vita è un compito gravoso e complesso che può essere affrontato solo con una adeguata preparazione ed in sua mancanza con molta umiltà e rispetto. Tante persone vorrebbero evitare taluni momenti, specie trattandosi di persone care. Personalmente sono stato testimone di una scena che mi è rimasta indelebile nella mia mente. Quella di una zia che, mano nella mano, con le lacrime agli occhi, confortava la sorella (con la quale aveva da sempre convissuto) negli ultimi momenti della sua vita cercando semplicemente di farle rivivere i bei momenti già vissuti. Può anche capitare di affrontare meglio la fine della propria esistenza piuttosto che quella di altri. In ogni caso è difficile accettare la morte come un evento naturale del ciclo vitale e dovremmo avere la capacità (ed il tempo) di metabolizzarla magari attraverso la fede, evitando, però, di farlo solo con l’età avanzata.

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