L’EPOPEA DEL DIBBA, DALLE (5) STELLE ALLE STALLE

di GIORGIO GANDOLA – Un fantasma si aggira per le campagne italiane, è il Dibba. Il Che Guevara del Movimento 5Stelle ha deciso di affidarsi ai lavori manuali: ha imparato a fare il falegname e a mungere le mucche, ora si propone di approfondire le tecniche di aratura dei campi. Tutto sui libri perché si fa meno fatica. Insomma un farmer due punto zero. O il nuovo Cincinnato, che dopo avere risalito il Sudamerica in motocicletta come il Che e dopo avere dato del tu alle tartarughe del Madagascar, si sente pronto per uno strapuntino in Parlamento.

Quello di Alessandro Di Battista non è neppure un ragionamento sbagliato. Sull’onda lunga delle elezioni 2018, tutti i grillini sono entrati alla Camera o in Senato. Tutti tranne lui. Lui che era il prediletto di Beppe Grillo, lui che saltava sul palco a intonare il vaffa iniziale, lui che fu il primo volto politico del movimento, a differenza di un Crimi o di una Taverna qualsiasi da due anni è senza stipendio fisso. Avrebbe dovuto far parte del governo Conte 2 con un ruolo preminente, “ma sono stato bloccato perché sennò sarebbero stati costretti a trovare un posto anche alla Boschi”. Niente di nuovo sotto il sole, dal blog delle stelle al manuale Cencelli in Italia il passo è sempre breve.

Però Dibba soffre (con l’apostrofo e senza), vede gli amici fiaccati dalla politica di governo, nota troppi compromessi con quei volponi da comitato centrale del Pd. E non può fare a meno di alzare la voce: “L’alleanza strutturale con i dem è la morte nera. Se continuiamo così facciamo la fine dell’Udeur, buono più per la gestione di poltrone e di carriere”.

Il suo pensiero corrisponde ai dati delle penultime e ultime elezioni, che per i 5Stelle sono un ascensore in precipitosa discesa dall’Empire State Building. Per un partito rivoluzionario diventato valletto del potere più tradizionale e vischioso sarebbe il momento di tirare le fila, di cercare punti di unità, di stringere i denti e affidarsi ai valori identitari (sempre che ce ne siano). Invece il Dibba deflagra e butta lì la frase più velenosa: “Se il M5Stelle non cambia sono pronto a prendere altre strade”.

Prefigura una scissione che sarebbe un’atomizzazione. Sogna una corrente. Se vogliamo è la chiusura del cerchio, il ritorno alla prima repubblica delle pugnalate alla schiena, degli accordicchi, dei patti delle crostatine, delle convergenze parallele e delle sigle da prefisso telefonico. Non che Matteo Renzi stia molto meglio, ma lo spirito contadino del Dibba dovrebbe essere diverso da quello di un tronista della politica. Dalla sua parte si è schierato Davide Casaleggio minacciando di chiudere la piattaforma Rousseau, quella per la democrazia diretta che avrebbe eletto il capo dello Stato con 5000 preferenze. Se oggi il movimento fibrilla è anche perché, per scongiurare l’Udeur, Dibba rischia di costruire l’Udeur.

Poiché è sempre una questione di punti di svista (all’inferno il diavolo è molto popolare), questa faccenda dell’Udeur ha risvegliato dalla siesta Clemente Mastella, che fu l’inventore di quel partito col bilancino del farmacista nel simbolo. Lo storico mediano di spinta della Dc andreottiana ha adeguato ai tempi il linguaggio: “Questo Robespierre dei miei stivali manifesta l’intenzione di prendersela con i suoi e chiama in causa il mio Udeur. Che era una cosa molto seria a differenza di questo gruppo di personaggetti senza cultura, insignificanti e loro sì legati al potere. Potrei dirgli solo una cosa: vaffa”.

Poiché Dibba è uno spirito positivo prende e porta a casa. Trasformerà tutto questo in un pamphlet dal titolo “Dalle stelle alle stalle”. Prefazione di Walter Veltroni.

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