Mezzo secolo dopo, più o meno lo stesso film: le mamme raccomandano ai ragazzini di non andare in centro perchè tira una brutta aria, ci sono quelli che protestano e si rischia di andarci di mezzo, se proprio vuoi uscire gira alla larga. I negozianti calano la saracinesca anche a costo di rimetterci l’incasso regale dei giorni di massimo shopping. I fidanzatini deviano verso la scampagnata fuoriporta. Le zie e le nonne ripiegano strategicamente sui negozi di quartiere, meglio non andare troppo in giro che poi magari ci va di mezzo chi non c’entra…
Sono ritmi e abitudini che tornano. Allora non era tanto diverso. Chi andava in centro lo faceva a proprio rischio e pericolo, comunque si respirava un fumo che prendeva la gola e faceva bruciare gli occhi, qualche volta ci si imbucava nella Upim o nel Coin non tanto per comprare, ma per uscire dalla mischia dei sampietrini, della Celere e persino dei colpi di pistola.
Di veramente diverso c’era soltanto il motivo del week-end ad alto tasso di rischio. Allora la contestazione era mossa da ideali e ideologie, belli o brutti che fossero. Adesso ci si traveste da perseguitati dello Stato, dell’ingiustizia, della vita, per andarsi a rifare il guardaroba firmato nelle vetrine sfasciate dei negozi altolocati.
Nessun problema a riconoscerlo: per quanto pericolose e cattive entrambe, la violenza di allora aveva comunque un fondo più nobile. Punto e basta. I piccoli Masaniello di oggi, rispetto ad allora, godono soltanto di una franchigia comoda e vantaggiosa: tutta una società premurosa che anzichè richiamarli alle loro responsabilità, passa il proprio tempo a trovare e concedere giustificazioni. Ormai si giustifica tutto, più è male e più si trova comunque una giustificazione. E’ il nuovo sport nazionale, oltre il calcio e il ciclismo: giustificare. Si finisce per giustificare addirittura chi perseguita, tortura e ammazza la ex moglie o la ex fidanzata: non è colpa del femminicida, un animale truculento, è colpa della cultura che ha assorbito, questo patriarcato di cui la società è intrisa, lo impariamo già da piccoli, cosa pretendi alla fine… Che poi qualcuno dovrebbe spiegare, se è sempre colpa della società e della cultura, a monte, perchè mai la giustizia penale è fondata sulla responsabilità individuale.
E comunque: sparita la colpa, annientata la vergogna. Chi sfascia tutto, chi picchia, chi ruba, persino chi uccide, oggigiorno, ha comunque delle ragioni e alla fine ha ragione. La società civile deve solo sentirsi in colpa e chiedere scusa. E pazienza se le vere proteste di piazza, le vere proteste sociali, ancora adesso urlano e fanno sentire la propria voce senza sfasciare neanche un lampione: peccato che nessuno le ascolti, ne tenga conto, le riconosca. Di questi tempi ottiene udienza e dignità solo il disagio teppista.
E allora, come in un surreale gioco dell’oca, ecco l’Italia che torna alla casella zero, dopo cinquant’anni. Attori diversi, trame diverse, linguaggi diversi, ma siamo sempre allo stesso epilogo: evitare le vie e le piazze del centro, c’è mezzo di prendersi qualcosa in testa, inventati un altro week-end, purchè a distanza di sicurezza.
Dall’esproprio proletario all’esproprio maranza, dalla cieca ideologia alle cieca vacuità, dalla politica estrema alla politica azzerata: resta il caos in centro. Sembra una barzelletta, ma per forza o per amore bisogna riscoprire le periferie. Lasciate deserte dai disagiati di periferia.

Posso solo condividere in toto queste parole,l’impressione mia è che oggi molti di quelli che vanno in piazza (anche tra quelli pacifici) lo facciano non tanto per dire qualcosa ma per fare qualcosa,tanto per seguire l’onda.