Chiunque, in questa vita, può riscattarsi: non bisogna precludere a nessuno la possibilità di emendarsi. Allo stesso modo, chiunque può sbagliare: il discrimine fra le persone e i quaquaraquà consiste, semmai, nella capacità di ammettere i propri errori. E noi, qui, lo facciamo: ci siamo sbagliati e, al contempo, dobbiamo rilevare un lodevolissimo dietrofront governativo, in riferimento alla bieca operazione turistico-edilizia che interessava la bellissima isola di Tavolara e di cui dicemmo su @ltroPensiero.net.
Ora, non siamo tanto afflitti da giornalistica albagia da pensare che le nostre geremiadi – assieme a tante altre – abbiano indotto alla retromarcia il governo, tuttavia di questa retromarcia prendiamo atto, con significativo piacere. Perché, in un primo tempo, la signora Meloni e i suoi succedanei avevano dato il nulla osta ad un progetto devastante, per costruire a Cala Finanza un campeggio di lusso, primo avamposto di un progetto faraonico, che comprendeva un albergo, delle ville, strutture assortite e un golf a 18 buche (pare che i ricconi, ancorchè spesso del tutto incapaci, amino caracollare sui praticelli all’inglese dei campi da golf). Mica scherzi: stiamo parlando di 120 ettari di costa, in uno dei luoghi più belli del Mediterraneo. Tra gli investitori c’è un po’ di tutto: Italiani, Brasiliani, Lussemburghesi. Ma qui il passaporto non c’entra: al di là delle nazionalità di facciata, si tratta del solito trust di magnati, che vuole mettere le mani su qualcosa che dovrebbe essere di tutti, ovvero la meravigliosa natura. E, di solito, ci riescono.
Stavolta, per fortuna, il governo ha ritirato le proprie autorizzazioni e il ministro Giorgetti, con insolita decisione, ha negato, apertis verbis, un contributo statale a chi nemmeno paga le tasse, con sedi in clamorosi paradisi fiscali. E bravo Giorgetti: magari si mostrasse la stessa draconiana perentorietà in tutti i casi di evasione che affliggono le finanze del nostro Paese! Comunque, va dato a Giorgetti quel che è di Giorgetti: Tavolara Bay, ossia la società che aveva nel mirino questo bel capolavoro, può serenamente attaccarsi al primo tram in transito. Perlomeno per ora, si direbbe che Cala Finanza non si tocchi. E, a proposito di Finanza e di toccare, ne avrei di cose da scrivere: ma non è questo il giorno.
Oggi, noi combattiamo: non per la Terra di Mezzo, come nell’orazione battagliesca di Aragorn, nel Signore degli Anelli, ma per la nostra terra: che è bellissima e indifesa, di fronte agli artigli dei signori del cemento. E, in effetti, il governo di un Paese come l’Italia dovrebbe stare sempre con le orecchie tese e gli occhi spalancati, per proteggere la meravigliosa eredità che il Padreterno ci ha lasciato, senza alcun nostro merito. Viceversa, ogni giorno o quasi, l’Italia viene martirizzata da ecomostri, da costruzioni orripilanti, da sfregi naturalistici di ogni genere.
D’altronde, il cialtrone medio di tutto il mondo, se fa un po’ di palanche, non chiede di meglio che di godere delle bellezze paesaggistiche italiane: ma ciò che lo fa maggiormente godere è l’idea che questo godimento, pagato a suon di baiocchi, sia precluso agli altri, a chi non può. E’ la forma più alta e ignobile di egoismo: io, io, io. Io guido un’auto che tu non ti puoi permettere e questo mi autorizza a parcheggiare dove mi pare. Io ho la tesserina vip per andare in spiaggia dove tu, barbonaccio, non potresti neppure entrare un secondo. E’ la vittoria dell’adipe sul muscolo: del vil denaro sulla bellezza. E, ormai, si ragiona così: ovunque, comunque, quantunque.
Ma stavolta no: stavolta, se Dio vuole, quel pezzetto di Tavolara rimarrà com’era. O quasi, perché non è mica detto. Noi ci speriamo. Nel frattempo, dopo aver ammesso il nostro sbaglio e aver lodato il Governo, torniamo di sentinella. Perché il nemico è potente e il suo numero è legione, mentre noi siamo pochi e debolucci. Certo che, però, se chi comanda sta dalla nostra parte, ci sentiamo molto meno soli a presidiare il fronte.
