È accaduto di nuovo, accade sempre di nuovo. Passa qualche mese, magari un anno, e poi un bambino autistico se ne va, si allontana da casa, attratto da chissà cosa, e alla sua casa non fa più ritorno, come risucchiato da un canale sotterraneo.
L’ultimo della tragica serie è Parker da Calgary, Canada. Undici anni, non verbale, cuffie d’ordinanza alle orecchie per tenere a bada i rumori molesti, e la maledizione di non riuscire a comunicare come siamo abituati tutti a comunicare, di non riuscire a chiedere aiuto, di non riuscire a comprendere questo ingarbugliatissimo mondo. Oltre non vado, non conoscevo Parker e ogni passo più in là sarebbe presuntuoso e irrispettoso.
Da due settimane anche dalle nostre parti qualcuno si è sintonizzato sulle frequenze di Calgary, sulle frequenze che arrivavano da oltre oceano, le uniche disponibili sulla vicenda di Parker, e da due settimane in molti si sono fatti in quattro, otto, sedici laggiù per provare a setacciare ogni metro quadrato possibile e immaginabile.
Questa volta il destino è stato anche più crudele del solito, perché il canale sotterraneo immaginario di cui si parlava si è rivelato un canale sotterraneo vero e proprio, un canale che via via diventa un labirinto buio e impercorribile al contrario. Chissà, vien da piangere al pensiero, forse per Parker quel canale è sembrato un’attrazione irresistibile, un gioco irrinunciabile, oppure un riparo dal frastuono e dal mondo opprimente che impediva a Parker di orientarsi. Non lo sapremo mai, Parker non c’è più.
Un paio di scarpe trascinate all’imbocco del canale dalle acque, le sue piccole scarpe, e l’indizio decisivo, tragico, maledetto. Da lì ricerche complicatissime lungo la rete delle tubature sotterranee, fino al ritrovamento del corpo.
Provare a immedesimarsi nella mente di Parker vuol dire sprofondare un poco nell’abisso di quel dannato tubo e arrivare solo lontanamente a intuire quale possa essere stato il penoso e straziante scorrere dei suoi pensieri. Nemmeno vale la pena provare poi a immedesimarsi nei pensieri dei suoi genitori, perché non credo sia possibile riuscire esplorare una tale voragine.
Quando accadono tragedie come questa, le comunità spesso si riscoprono umane, unite, reattive e altruiste. Così è accaduto a Calgary, per vicinanza e per dedizione nella collaborazione e nella ricerca, ma non è detto sia sempre così. A volte sembra però che le comunità davvero abbiano bisogno di tali strapiombi per riscoprire i legami e la sana dipendenza gli uni dagli altri, come se l’autarchia a cui ci ha portato certa tecnologia fosse messa a nudo e rivelata nella sua pochezza, di fronte a simili inafferrabili drammi.
Sarebbe una grande vittoria però se l’autismo smettesse di essere una buona causa per riscoprire umanità e solidarietà. Si parla di bracciali GPS, di dotazioni per non perdere traccia degli spostamenti dei bambini a rischio, autistici e non. Si continua a dire che la tecnologia dovrebbe innanzitutto servire a questo, aiutare i più deboli e le loro famiglie.
Allora, come si diceva in precedenti casi non troppo lontani nel tempo, gli avanguardisti ci pensino, alla prossima presentazione di grido, al prossimo telefono di ultima generazione. A tutte le famiglie dovrebbe essere messo a disposizione uno strumento, un congegno, qualcosa che possa mettere al riparo loro e i loro figli dalla peggiore sventura immaginabile.
Il progresso dovrebbe essere questo, sentirsi umani, uniti, altruisti non per una tragedia, ma per aver messo a disposizione di tutti qualcosa che renda tutti più sicuri e sereni.
Non ti conoscevo, Parker, ma per due settimane, anche da migliaia di chilometri di distanza, qualcuno ha provato a trascinarti con le unghie verso la strada di casa, mi piaceva lo sapessi. Non ci siamo riusciti, maledizione.
Addio, piccolo sventurato.
