UNA JUVE DI POCHE PAROLE

di TONY DAMASCELLI – Licenziato dall’Under 23 e immediatamente riassunto dalla prima squadra. Accade a Pirlo Andrea (nella foto), quello con la barba e l’ondame del capello, quello dal piede di seta e dal cervello di un mago.

Improvvisamente la Juventus gioca il jolly, non avendo fiches, nel senso di denari, da spendere, va al risparmio casalingo ma è roba di classe pura, un tipo che ha carisma in quantità industriali, uno che è andato da sempre per porcini in boschi di lusso, Inter, Milan, Juventus, nazionale, portando a casa i pezzi migliori, scudetti, coppe europee, titoli intercontinentali e mondiali, dunque avendo dentro il senso del primato, della vittoria, della supremazia e, innanzitutto, un carisma che appartiene ai campioni, quelli che, quando parlano di football, non lo spacciano come se fosse una loro essenza o ambrosia esclusiva per drogare gli astanti.

Ho visto Pirlo a diciassette anni in un torneo estivo a Cesena, la partita era Inter-Brescia, le cosiddette rondinelle (bah) erano allenate da Materazzi, quello normale, il padre, e tra loro figuravano Diana, Baronio, Doni, Bonazzoli. Finì zero a zero e si andò ai rigori, arrivò il momento decisivo e toccò a Pirlo contro il portiere della nazionale Pagliuca, palla sul disco bianco, rincorsa corta, cucchiaio alla Panenka, gol. Pagliuca imbufalito provò a rincorrere lo sbarbato che se la svignò a centrocampo, il trofeo Ristora esibì un campione vero di cui mi avevano parlato Altobelli and Beccalossi, entrambi made in Brescia.

Vennero poi avventure varie a Milano e a Torino e addirittura in America, Pirlo è cambiato nel look ma ha continuato a essere quello di Cesena, non parla, rantola, ma bastano poche parole percepite con amplifon per intendere di che razza sia fatto.

Da regista di invenzione si era trasformato, grazie ad Ancelotti e a Mazzone prima, in centromediano metodista, roba antica ma di grande fiuto tattico, prendeva randellate ma intuiva le scintille dei tacchetti e guizzava via.

Non elenco i premi più di mille, la barba mazziniana lo fa sembrare filosofo e al tempo stesso uomo-vogue, ha una eleganza innata nei gesti e negli abiti, era rimasto l’ultimo a tenere la maglia nei calzoncini, ha deciso di fare l’allenatore dopo averlo fatto in campo guidando i suoi compagni al gol.

Ricordo un geniale spot pubblicitario nel quale era a tavola con Lichsteiner. Lo svizzero gli chiedeva di passargli il sale, e poi il pepe, e poi l’olio e Andrea, con la smorfia barbuta e barbosa, alla fine chiuse le richieste: “ma ti devo sempre passare tutto eh…?”.

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