TUTTE LE MADONNE DEI NOSTRI GIORNI CHE DEVONO PIANGERE UN FIGLIO

La disperazione di una madre che piange la morte di suo figlio è identica ad ogni epoca e latitudine.

Il pensiero mi ha colto la sera del venerdì Santo, rivedendo il “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli proposto da Rai Storia.

Nella pellicola del 1977, Maria è interpretata da Olivia Hussey (già meravigliosa Giulietta Capuleti, in Romeo e Giulietta, sempre con la firma del medesimo regista), e Gesù è Robert Powel, con quello sguardo indimenticabile che lo ha consegnato alla memoria collettiva come il vero volto del Cristo.

Maria, ai piedi della croce, piange disperata la morte di suo figlio e in quell’istante tutte le madri mi sono sembrate Maria.

Quelle ucraine, che hanno perso i propri piccoli uccisi dalle bombe, ma anche quelle, russe e ucraine senza distinzione, che hanno visto morire i propri figli soldati.

E quelle dell’Africa che si vedono costrette a mettere i bambini, anche piccolissimi, sui barconi sperando che riescano a superare la traversata in mare, ma con l’altrettanta consapevolezza che le probabilità di riuscita sono pochissime.

E, più vicino a noi, ho visto anche Katia Tarasconi, signora italianissima, prossima candidata sindaco a Piacenza, che ha raccontato sul “Corriere della Sera” della morte, a soli 17 anni, di suo figlio Kristopher per una tragica caduta dal motorino. Ciò che è capitato a Katia è successo a molte altre madri (e padri), ma la limpida lucidità con cui ha riferito dell’accaduto, ha dato alla storia una potenza inaudita, la trasposizione plastica, tangibile, della tragedia.

Scenari diversissimi, e quanti altri se ne potrebbero aggiungere.

Eppure queste donne, unite dal dolore, sembrano tutte prendersi idealmente per mano, nella forza di una accettazione che le fa resistere, che permette loro di aprire gli occhi ogni nuova mattina.

Come si fa ad andare avanti dopo un fatto che trascende l’ordine naturale delle cose come la morte di un figlio prima di un genitore?

Me lo sono chiesta spesso, senza riuscire a darmi una risposta; perché una risposta non è immaginabile se non ci si trova in quella situazione.

Maria era forte della sua fede, così come ogni madre credente.

Ma penso che per tutte, credenti e non, nel momento più buio, emerga fortissima la spinta alla comprensione, alla solidarietà, in un moto di sostegno reciproco anche senza conoscersi.

Ed è questo il pensiero, da donna e madre, ancorché credente, che forse più di ogni altro mi conforta.

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