IL PISTOLOTTO MORALISTA CONTRO SOCIAL E VIDEOGIOCHI PER PIAZZARE UN LIBRO IN TV

Siamo alle solite. Periodicamente, qualche politico salta fuori e punta il dito contro i videogiochi, gli smartphone ed il tanto discriminato web in generale. Categorie da sempre bersagliate e bistrattate da chi, nel concreto, ne disconosce i valori e l’utilità.

Il disfattismo nei confronti di questi strumenti è ormai sfociato in un luogo comune scontato e ripetitivo, su cui molti sguazzano quasi per moda.

Chiunque critichi i videogiochi, ad esempio, non ha mai preso un joystick in mano e non ha mai impiegato un’ora del proprio tempo per studiarne il potenziale. Nonostante ciò se ne parla sempre con disprezzo e preoccupazione.

Eppure, all’incirca un anno fa, il ministro della Cultura Dario Franceschini ha definito i videogiochi un’arte, riconoscendone l’importanza. Al contrario del Senatore Andrea Cangini, che al TG1 ha invece sostenuto come il web, i videogiochi e i social abbiano un impatto negativo sui giovani ((nuova, come idea). Ha rilevato l’eminente personaggio – anche grazie all’aiuto di psicologi, pedagogisti e neurologi – che “gli effetti innescati dall’uso – che non può che degenerare in abuso – di social e videogiochi sono letteralmente identici a quelli della cocaina, che secerne l’ormone che trasmette la sensazione del piacere”.

Insomma, chi utilizza console da gioco e smartphone è paragonabile a un cocainomane. Un pensiero, il suo, sicuramente rispettabile, ma difficilmente condivisibile, specialmente alla voce “non può che generare in abuso”. Questa presunzione nel dare per scontato che un videogioco o uno smartphone si travestano automaticamente da uomo nero è irritante. Specialmente se poi, lo stesso Cangini, si diletta nello sponsorizzare il suo libro intitolato “CocaWeb”, come a voler lanciare un salvagente ai genitori dei ragazzini drogati da web. D’altronde, dopo un po’ di terrorismo psicologico, cosa c’è di meglio di un manuale con tutte le soluzioni al suo interno?

Ma, eventuale strategia di marketing a parte, l’errore su cui s’inciampa spesso è l’incapacità di scindere e distinguere tra uso e abuso. Siamo sempre lì. Banale, ma sostanziale.Che io sappia, nessuno si è mai recato nel primo “ComproOro” più vicino a vendere i gioielli di famiglia così da comprarsi una consolle o uno smartphone di ultima generazione. Al contrario, si sente dire quasi tutti i giorni dicose simili per chi è affetto da ludopatia e tossicodipendenza.

I due fenomeni non vanno messi a paragone. Perchè poi si registra una conseguenza parecchio importante quanto nociva: in molti sono prevenuti nei confronti della tecnologia. Vuoi per un discorso generazionale (chi attacca, solitamente, è nato prima del 1985), vuoi per una semplice diffidenza nei confronti dei giovani in generale. La mela marcia è sempre il videogioco o lo smartphone, Facebook o Instagram.

Il ragionamento di Cangini ha un senso se non viene generalizzato. Perché ogni cosa può trasformarsi in abuso; a fare la differenza è sempre il soggetto protagonista, dotato di cervello e consapevolezza. Possono sfociare in abuso l’assunzione di cibo, le scommesse online, il desiderio asfissiante di ricercare visibilità. Ogni cosa, se abusata inconsapevolmente, si trasforma in pericolo.

Ma, come esiste l’abuso, esiste la moderazione, un termine che non sento mai associare ai videogiocatori o agli utenti social. C’è la tendenza a considerare i videogiocatori dei falliti che si grattano la pancia dalla mattina alla sera, che bruciano le loro sinapsi dietro a realtà virtuali.

Eppure, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio; ci sono videogiocatori e videogiocatori. C’è chi gioca con intelligenza, ricercando dei momenti di relax da dedicare a se stesso. E c’è chi gioca con accanimento e competizione ossessiva. E c’è anche chi ricerca nel virtuale il proprio angolo di conforto da un mondo – quello esterno – spesso troppo cattivo e sentenzioso.

Aiutiamo questi ragazzi nel concreto, cominciando a non dare loro dei drogati. E magari evitando anche di allegare subito la terapia che dovrebbe curarli in un libro da piazzare in televendita.

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