TUTTA LA (INCREDIBILE) VERITA’ SUL POMODORO CINESE

di PAOLO CARUSO (agronomo) – E sono tre.

Nel giro di un mese e mezzo, dopo lo scandalo, di enormi proporzioni, che ha coinvolto l’azienda Petti e la più recente operazione ”Scarlatto due”, che ha portato al sequestro di 821 tonnellate di concentrato di pomodoro proveniente dall’Egitto e contaminato da pesticidi, i Carabinieri di Salerno hanno portato a termine l’operazione “Scarlatto tre”.

In un deposito di San Marzano sul Sarno, in provincia di Salerno, località famosa per i pelati italiani, sono state sequestrate 270 tonnellate di conserve di pomodoro per un valore complessivo di circa 280mila euro, causa mancato tracciamento dei prodotti.

Queste (meritorie) operazioni delle nostre forze dell’ordine indirizzano l’attenzione su uno dei prodotti di punta del nostro settore agroalimentare, vero e proprio alimento cardine della dieta mediterranea.

L’Italia ha una grande tradizione nel settore della produzione di pomodori, nel nostro Paese si contano circa 300 varietà divise in tre gruppi: per l’industria, “insalataro” e “da serbo”.

Ma malgrado tutta questa tradizione e tanta ricchezza di biodiversità siamo costretti a importare pomodori dall’estero, soprattutto dalla Cina: nel 2020, sono aumentate del 17% le importazioni di derivati del pomodoro dal Paese asiatico, che con la spedizione di 69.000 tonnellate è il principale fornitore dell’Italia.

Il pomodoro arriva nel nostro Paese dalla regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, a tremila chilometri da Pechino, grande cinque volte e mezzo l’Italia.

Dopo essere stato raccolto, il pomodoro viene caricato su centinaia di camion e trasportato nelle fabbriche, simili a degli enormi stabilimenti chimici, dove viene trasformato e quindi spedito in treno al porto di Tianjin, vicino a Pechino.

Successivamente, grazie a navi cargo, il prodotto è trasportato in tutto il mondo. Parecchie di queste navi sbarcano al porto di Salerno, dove il concentrato di pomodoro contenuto in fusti da 1,3 tonnellate viene raccolto dalle ditte trasformatrici nella forma di triplo concentrato, successivamente allentato con acqua e insaporito col sale per andare soprattutto sui mercati africani e mediorientali, come prodotto “Made in Italy”, o magari finire nel ketchup o in concentrati e sughi pronti prodotti da marchi italiani.

I responsabili delle associazioni di categoria dei produttori di conserve alimentari, nel corso degli anni, si sono affannati a dichiarare che il pomodoro importato dalla Cina non viene immesso nel mercato nazionale, ma è utilizzato come materia prima in regime di “temporanea importazione” da parte di aziende che lo ritrasformano e poi lo riesportano al di fuori dell’Unione europea.

Come se stessero facendo una bella operazione di promozione per il “Made in Italy”.

La procedura prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo.

Per anni è stato inoltre dichiarato che questa attività era da considerarsi marginale rispetto al fatturato globale dell’industria trasformatrice. Ovviamente, se per il controvalore totale si potrebbe più o meno essere d’accordo, sulla materia prima occorre fare una precisazione: per produrre un kg di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, quindi l’effetto moltiplicatore viene spesso omesso.

La storia del concentrato cinese è abbastanza recente. Fino agli anni novanta, nello Xinjiang non c’era la traccia di un pomodoro. Poi sono arrivati gli italiani che, per far fronte all’aumento dei costi di produzione e per sopperire alla riduzione dei sussidi previsti dalla politica agricola comune, hanno pensato di esternalizzare la produzione.

Grazie alla nostra tecnologia e al nostro know-how, in pochi anni, il remoto Xinjiang è diventato la seconda regione produttrice al mondo di pomodoro da industria, subito dopo la California.

Questa situazione ha di fatto decretato la fine del concentrato di pomodoro interamente italiano. Pensare di produrlo partendo dalla materia prima nostrana è possibile, a patto che venga pagato a cifre significativamente superiori a quelle correnti: praticamente un prodotto per ricchi.

Così l’industria del pomodoro concentrato italiano si trova davanti a un bivio, quasi obbligato: se per ipotesi si impedisse l’arrivo della materia prima cinese, secondo molti, si distruggerebbe l’intero comparto e i posti di lavoro a esso collegati.

Di contro è possibile accettare un prodotto dalle dubbie caratteristiche di sicurezza alimentare?

Certo, l’ideale sarebbe poter acquistare da piccoli produttori nell’ambito di filiere locali, ma l’esiguità dei volumi di produzione rende impraticabile, per molti, questa opzione. Molto più realisticamente si potrebbe pensare a realizzare un’etichettatura completa, che indichi la provenienza della materia prima e permetta al consumatore di fare scelte consapevoli.

Poi eventualmente si potrà scegliere il “pomodoro concentrato confezionato in Italia da materia prima cinese”.

E’ la globalizzazione, baby…

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