TUTTA ITALIA CON DIRITTO DI PRECEDENZA

di MARIO SCHIANI – Vi ricordate la “caccia al paziente zero”? Quell’imperioso sforzo giornalistico per identificare, descrivere e infine intervistare lo sventurato che per primo, in Italia, si beccò il Covid? Ovviamente si tratta di storia vecchia, antica addirittura, e come tale dimenticata. Le armate dei media oggi puntano compatte verso un nuovo traguardo: chi sarà il primo reporter, senza dubbio degno del Pulitzer, a intervistare il soggetto al momento identificato come “UP”? L’acronimo nulla ha a che vedere con la paroletta inglese per “su” o “in alto”. Al contrario, designa qualcosa che sta in basso, in fondo alla fila, perfino oltre la fila.

“UP” ovvero “Ultimo Pirla”: quell’italiano il quale, privo di raccomandazioni, appoggi, conoscenze, qualifiche professionali degne di essere classificate come “fondamentali”, per ultimo riceverà una dose di vaccino. Ne faranno un eroe, probabilmente: un cittadino commendevole, dignitoso e rispettoso, stoico nell’aspettare il suo turno senza levare un lamento, azzardare una protesta e tantomeno un piagnisteo. Indicandolo al Paese come esempio di virtù, la stampa porterà a compimento la suprema ipocrisia, perché tra coloro che, oggi, frignano per “passare davanti” c’è anche la valorosa categoria dei giornalisti.

In buona compagnia, si intende, a cominciare da quella dei magistrati. Tra Toscana e Sicilia, giudici e procuratori hanno già dimostrato che se la legge è uguale per tutti, l’eccezione no. Come negare la corsia preferenziale ai custodi di un pilastro portante della società quale la giustizia? E la politica? Forse che i parlamentari sono meno importanti dei magistrati? No, certo: e infatti vogliono saltare la fila. E litigano, anche, cosa che in effetti riesce loro con particolare naturalezza. Capita anche in famiglia: a Bergamo il deputato leghista Daniele Belotti si è scagliato contro la collega forzista Alessandra Gallone, il primo contrario alla vaccinazione privilegiata dei parlamentari, la seconda favorevole.

Dietro al buon esempio del presidente Mattarella, tranquillamente seduto in fila aspettando il suo turno, si intravede dunque un popolo compatto nell’ammirarlo a parole e nel contraddirlo con i fatti.

Ognuno, si capisce, ha le sue buone ragioni. Le più accorate sono quelle sanitarie. Ci sono categorie che sottolineano l’intrinseca necessità del loro operare tra la gente: la vaccinazione sarebbe dunque un atto di tutela verso il prossimo, un gesto altruistico. Potremmo proporre che la punturina venga accompagnata dal conferimento di un’onorificenza: Cavaliere di Ordine al merito degli Anticorpi, per esempio.

A essere onesti, dovremmo invece ammettere che questo impulso a saltare la fila, che ci prende in Posta come all’hub vaccinale, contiene una duplice carica egoistica: ci spinge sì il desiderio di sfuggire al Covid, ma anche quello di scongiurare il rischio di figurare assegnati a un livello sociale secondario. Se vaccinano i magistrati, perché non gli avvocati? Se i domatori si son fatti il loro bel Pfitzer, i clown chi sono? Pagliacci?

Insomma, pur consapevoli che qualche criterio selettivo va considerato nella programmazione della vaccinazione di massa, ci coglie un sospetto: starà forse affiorando prepotente quel tratto nazionale che, in specifiche circostanze, da brava gente ci trasforma in palloni gonfiati? “Lei non sa chi sono io”, “Mio cognato lavora al ministero” e anche “Io sono l’onorevole Trombetta!”, come in un film di Totò.

Se sperare nel prevalere del senso civico è doveroso ma poco convincente, la disputa dovrà infine essere risolta per legge. Ecco una possibile soluzione: articolo 1) Il primo che alza la voce e reclama per sé e la sua categoria il diritto a saltare la fila, si ritroverà automaticamente all’ultimo posto della medesima, insieme ovviamente a tutta quanta la categoria.

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