“AMERICA FIRST”: BIDEN IL SOVRANISTA DEI VACCINI

di GIORGIO GANDOLA – Cento milioni di vaccinati suscitano invidia, soprattutto a noi che fatichiamo ad arrivare a due. È l’America che rialza la testa e mette in moto tutto il suo potenziale; per qualche anima bella è l’effetto di Joe Biden alla Casa Bianca, anche se la gigantesca macchina operativa è stata messa in piedi dal generale Gustave Perna, ex numero uno della logistica della US Army nominato a fine novembre da Donald Trump ancora in carica.

Nella prima intervista disse: ”In tre mesi ho spostato 100.000 uomini in Iraq, che problema c’è?”. Allora in Italia ci furono critiche indignate sulla scelta di mettere in mano a un soldato l’organizzazione sul territorio (il rischio di svolta militare è un infantile riflesso condizionato da centro sociale dei nostri media), salvo poi copiare l’idea e applaudirla tre mesi dopo quando il suo collega Francesco Figliuolo è arrivato a prendere il posto di Domenico Arcuri.

Non interessa qui giocare con la ben nota coerenza italica, piuttosto è interessante approfondire il fatto che Sleeping Joe non ha dormito sui vaccini, perché per immunizzare quasi un terzo di cittadini americani, le dosi bisogna averle. E lui se le è accaparrate tutte. Al rastrellamento yankee sono sfuggiti solo gli inglesi (AstraZeneca è britannica e svedese, produzione massiccia in India) e gli israeliani, capaci con il consueto blitz da Mossad di andare sul mercato e pagarle il triplo.

La strategia di Biden è stata vincente nel sorpassare tutti, soprattutto gli europei e le loro belle prenotazioni, saltando la fila con mezzi molto convincenti. Quali siano è facile intuirlo: Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson, Novavax sono colossi americani quotati a Wall Street, hanno siti di produzione negli Stati Uniti e aziende di infialamento sparse dal New Hampshire all’Alabama. Sono bastate poche telefonate per richiamare all’ordine gli amministratori delegati con la frase più odiata degli ultimi quattro anni: “America first”. L’avesse sillabata quell’altro avremmo finito gli aggettivi di riprovazione. Nel luna park social dipende sempre da chi lo pronuncia, un diktat, anche se adesso gli effetti li paghiamo noi e i nostri ottantenni in attesa.

Gli azionisti delle farmaceutiche hanno capito al volo, sono scattati sull’attenti e improvvisamente i vaccini in Europa hanno preso ad arrivare con il contagocce. Pfizer meno 30%, “Scusate siamo in ritardo”. Moderna meno 20%, “Rimedieremo in primavera”. Johnson&Johnson con mani avanti preventive: “Non sappiamo se riusciremo a onorare subito gli ordinativi”. Molto bene.

Per chiudere la partita con un colpo di tacco, la Casa Bianca ha fatto sapere che “Gli Stati Uniti hanno finora respinto tutte le richieste di altri paesi sulla condivisione dei vaccini”. Per non correre il rischio di essere frainteso, Jes Penski ha pure sottolineato: “Gli Usa non hanno fornito dosi a nessuno, la priorità è vaccinare gli americani”.

Con una strategia graniticamente sovranista – laddove il termine significa avere a cuore il destino dei propri cittadini, motivo primario per il quale un politico viene eletto -, Joe Biden ha potuto promettere di vaccinare tutto il paese entro il 4 luglio, che si avvia ad essere un memorabile Independence Day dal virus cinese. Peccato che la loro indipendenza sarà sulla nostra pelle, ma la lezione forse sarà utile: pure nel mondo globale c’è chi arriva primo e chi ultimo.

Nessuna giustificazione, l’Europa è con le spalle al muro per colpa sua: mentre loro producono, infialano e vaccinano, noi guardiamo. È un fatto che, nonostante la grancassa anema e core per i ricercatori turchi e per le eccellenze italiane (che peraltro ci sono), il continente sia in ritardo nella ricerca e nella produzione: la svizzera Novartis, la francese Sanofi e la tedesca Curevac non hanno il passo degli americani. L’altra azienda germanica, Biontech, è legata a doppio filo a Pfizer e di conseguenza all’”America first”. L’ultima batosta elettorale di Angela Merkel non è estranea alla scelta sciagurata (per i suoi ex elettori) di delegare all’Europa la criticabile organizzazione di approvvigionamento vaccinale.

La pandemia una lezione ce l’ha impartita: a forza di delocalizzare anche produzioni strategiche nel nome del global planet, all’inizio ci siamo trovati senza mascherine, adesso senza vaccini per tutti. Produzioni nazionali abbandonate, delegate, annientate e filiere dismesse. Ci bagna il naso anche la Serbia, che non ha remore putiniane nell’utilizzare il siero russo Sputnik.

In pieno lockdown del marzo scorso, il presidente Macron fece un discorso sensato ai francesi, sollecitando “l’indipendenza sanitaria, economica, tecnologia e produttiva”. Disse indipendenza perché politicamente non poteva usare sovranità. Ora invidia Biden proprio come noi. Appendersi alle parole significa mettersi nelle stesse condizioni del pesce che sta per appendersi all’amo.

 

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