SVEGLIA ITALIA, LA CRISI DEL GRANO STA DIVENTANDO UN DRAMMA

Nel silenzio assordante delle istituzioni, la granicoltura italiana è arrivata a un punto di non ritorno. Con quotazioni che in alcuni casi scendono fino a 19 centesimi al chilogrammo, il grano duro non copre più i costi di produzione.

Non è una crisi locale né una difficoltà passeggera: è, o dovrebbe essere, una questione nazionale che riguarda la sicurezza alimentare, l’economia rurale e la capacità del Paese di produrre una materia prima strategica.

In questo contesto, il fallimento, o meglio il disastro, della nuova Commissione Unica Nazionale del grano duro appare evidente e restituisce la misura non di una incapacità strutturale, ma di una grezza strategia di smantellamento del comparto. Presentata dal Ministro dell’Agricoltura e da Coldiretti come lo strumento capace di garantire trasparenza dei prezzi e valorizzazione del prodotto nazionale, la CUN ha finito per produrre l’effetto opposto. L’Italia, una e indivisibile secondo la Costituzione, viene suddivisa in quattro aree commerciali — Nord, Centro, Sud e Isole — con quotazioni differenziate e perfino l’assenza di rilevazione per alcune categorie qualitative in Sicilia e Sardegna. Un paradosso che frammenta il mercato anziché unificarlo.

A questa distorsione si aggiunge un’altra contraddizione tutta europea. Mentre gli agricoltori sono chiamati a produrre in un mercato globale sempre più competitivo, la PAC continua a destinare risorse al set aside (un premio per chi non coltiva) ricompensando, in alcuni casi, chi sottrae superfici alla produzione.

È una logica che appare sempre più scollegata dalla realtà geopolitica ed economica: in un’epoca in cui si discute di sovranità alimentare, autosufficienza strategica e sicurezza degli approvvigionamenti, incentivare la non produzione assomiglia a una forma di autoesclusione produttiva.

Nel frattempo, il valore continua a concentrarsi lontano dai campi. Il prezzo del grano crolla, mentre quello dei prodotti trasformati segue dinamiche ben diverse, per la felicità di trasformatori e Grande distribuzione. E proprio nel momento della raccolta nazionale, i porti italiani continuano ad accogliere ingenti quantità di grano estero, contribuendo ad aumentare la pressione sul mercato interno.

Per uscire da questa crisi, sempre che ancora si faccia in tempo, servono meno slogan e più trasparenza. Non basta la generica indicazione delle macro-aree di provenienza oggi presente sulle confezioni di pasta. Occorre introdurre una vera rintracciabilità, indicando in etichetta l’origine delle singole partite di grano e le relative percentuali di utilizzo. Solo così il consumatore potrà compiere scelte realmente consapevoli e il mercato potrà riconoscere il valore delle produzioni nazionali.

Ma la vera domanda è un’altra. Se il consumatore disponesse di una rintracciabilità completa, con l’indicazione delle singole partite di grano impiegate, delle relative percentuali e dei territori di provenienza, sarebbe disposto a riconoscere un premium price (pagando qualcosa in più) a una pasta ottenuta da grano locale di qualità? Non una qualità misurata esclusivamente dal contenuto proteico o dalla tenuta alla cottura, parametri funzionali all’industria di trasformazione, ma una qualità intesa come valore fitosanitario, salubrità, sostenibilità delle pratiche agronomiche e minore esposizione a rischi derivanti da lunghi trasporti e differenti standard produttivi.

È una domanda che merita una risposta chiara dal mercato, perché da essa dipende una parte importante del futuro della granicoltura italiana. Se non si interviene rapidamente, il rischio è che a scomparire non sia soltanto il reddito degli agricoltori, ma una parte essenziale della capacità produttiva del Paese. E una nazione che rinuncia a produrre il proprio cibo rinuncia, inevitabilmente, a una quota della propria sovranità, che nessun pannello fotovoltaico può sostituire.

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