SONO I SUPERMERCATI CHE AFFAMANO I CONTADINI A FRIGNARE PER GLI SCAFFALI VUOTI

C’è qualcosa di singolare nelle reazioni suscitate dalle recenti proteste di camionisti e agricoltori. A lamentare i disagi non sono tanto i cittadini comuni, che condividono ansie e difficoltà dei manifestanti, ma soprattutto i grandi operatori economici della filiera agroalimentare, in particolare quelli della Grande Distribuzione Organizzata.

I padroni delle ferriere, per usare una formula ottocentesca, scoprono improvvisamente quanto possa essere scomoda un’interruzione della normalità commerciale. Eppure, proprio quella normalità meriterebbe qualche riflessione.

La GDO, con il suo enorme potere contrattuale, non può dirsi estranea alle dinamiche che comprimono i prezzi riconosciuti ai produttori e contribuiscono a relegare una parte del settore agricolo in condizioni di crescente indigenza. Non si tratta di attribuire a un’intera categoria responsabilità indistinte, ma di riconoscere che una filiera nella quale il potere negoziale è così squilibrato non può pretendere che le tensioni restino confinate nei campi, lontane dagli scaffali e dai bilanci di chi commercia.

È proprio qui che si misura la differenza tra una protesta di facciata e una mobilitazione capace di interrompere gli automatismi del sistema. Finché il disagio resta a carico degli agricoltori, la macchina economica continua a funzionare; quando raggiunge i nodi della distribuzione, improvvisamente diventa un’emergenza nazionale.

Gli scioperi che non creano disagi si chiamano scampagnate. Di manifestazioni con bandiere e cappellini gialli ne abbiamo viste molte. Questa protesta, per le sue modalità e per gli effetti sulla circolazione delle merci, ha invece sorpreso i padroni delle ferriere e i loro maggiordomi politici: pronti a denunciare l’interruzione della normalità, assai meno solleciti nell’interrogarsi sulle condizioni che l’hanno resa possibile.

Naturalmente, nessuna rivendicazione autorizza a violare la legge. Ogni infrazione deve essere accertata e perseguita, senza sconti né generalizzazioni. Anche le dichiarazioni del ministro Lollobrigida sulle «evidenti infiltrazioni criminali» tra i manifestanti richiedono verifiche puntuali.

Ma individuare eventuali illeciti è compito delle autorità competenti; non può diventare il pretesto per eludere le ragioni economiche della protesta. E, soprattutto, non risponde alla domanda che resta inevasa: quale soluzione propone il Governo?

La politica non è chiamata soltanto a garantire l’ordine, ma a governare i conflitti, correggere gli squilibri e rimuoverne le cause. Chi ricopre un incarico pubblico è pagato per trovare soluzioni, non per limitarsi a commentare le emergenze, quando diventano abbastanza rumorose da disturbare gli interessi più forti.

Il vero scandalo non è che la protesta produca disagi. È che il disagio degli agricoltori sia stato tollerato così a lungo, mentre quello dei potenti diventa immediatamente una questione politica.

Perché quando a fermarsi sono i campi, il sistema sembra poter aspettare. Quando a fermarsi sono le merci, tutti pretendono risposte. E i maggiordomi politici, come sempre, accorrono per primi al capezzale dei padroni.

Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *