SIAMO RIDOTTI AL POST TEATRINO DELLA POLITICA

di MARIO SCHIANI – Alla fine degli anni Cinquanta divenne celebre l’espressione – attribuita ad Aldo Moro – “convergenze parallele”. L’ossimoro – inteso a sottolineare l’opportunità di accordi su specifici punti tra forze politiche altrimenti impostate su linee distanti quando non opposte – venne preso a esempio negativo del gergo al quale era pervenuta la politica. Un linguaggio ambiguo, obliquo, volutamente fumoso e, come nel caso appena citato, perfino illogico, che gli uomini politici si erano dati allo scopo di escludere la massa dei cittadini, il popolo che dice pane al pane e vino al vino, usa il “buonsenso” e ama la chiarezza, anche al costo di qualche brutale semplificazione.

Più tardi, Pier Paolo Pasolini ci consegnò l’espressione “Il Palazzo”, a indicare ancora una volta la distanza della politica dalla gente. Nel Palazzo, suggeriva Pasolini, si stringono accordi raggiunti grazie a un codice linguistico segreto che i cittadini, rimasti fuori, non capiscono. A loro tocca solo sopportare le conseguenze, sempre nefaste, dei maneggi di un potere impegnato a perpetuare se stesso.

Da allora, il linguaggio della politica è cambiato parecchio. Con la scusa di infrangere le regole occulte di quel vecchio gergo, ovvero con la pretesa di “avvicinarsi ai cittadini”, la politica si è messa a parlare un’altra lingua: quella dello spettacolo. E’ così nato il circo, o il teatrino, della politica: giornali e tv hanno personalizzato gli scontri tra i leader dei partiti, confronti nei quali è diventato necessario padroneggiare la figura retorica del sarcasmo e la mazza ferrata dell’insulto, del dileggio e, di tanto in tanto, della diffamazione. Con ciò, la politica non si è affatto “avvicinata ai cittadini”: è diventata invece un prodotto da audience.

Oggi siamo andati oltre: eccoci arrivati al “post-teatrino”. Dove “post”, attenzione, non ha il senso di prefisso indicante la posteriorità nel tempo, ma quello, ben più moderno, di messaggio o intervento lanciato in Internet tramite un social media. Questa settimana, per esempio, la sintesi più visibile del dibattito sul Ddl Zan la dobbiamo allo scambio polemico tra Chiara Ferragni (e il marito Fedez) da una parte e i due Mattei, Renzi e Salvini, dall’altra. La prima ha accusato i politici di “fare schifo” e il secondo l’ha tacciata di qualunquismo; Fedez è allora intervenuto dicendo che Renzi fa la pipì sulla testa degli italiani raccontando loro che è pioggia e l’ultimo ha chiosato informandoci di “preferire Orietta Berti”.

A questo si riduce, in buona sostanza, la discussione su un provvedimento che vorrebbe schierare lo Stato a difesa di quei cittadini che subiscono discriminazioni e violenze per le loro inclinazioni sessuali o per l’appartenenza (o non appartenenza) a un genere e che, così facendo, impone un ineludibile problema collaterale: quello di stabilire se e quando la legge possa farsi sentinella dell’opinione, anche quando questa è sgradevole ma, in base all’articolo 21 della Costituzione, libera da vincoli.

Un nodo difficile da sciogliere. Facile prevedere che lo schifo di Chiara Ferragni, le battute di Renzi, la pipì di Fedez e i gusti di Salvini in fatto di musica leggera non contribuiranno a farci fare passi avanti.

Da tutto però si impara qualcosa. In questo caso che politici e influencer, anche quando litigano tra loro, finiscono per tradire la comune appartenenza a una terza categoria: quella della gente che si fa notare a ogni costo per acchiappare voti o “like”, entità oggi sempre più indistinguibili, del tutto volatili ma essenziali a garantire presenza pubblica. La quale, irrobustita dalla linfa di un riconoscimento partigiano quanto virtuale, diventa per forza di cose fine a se stessa.

Dal passato possiamo forse evocare un’altra espressione: “mezzobusto”. Veniva usata a indicare con ironia il giornalista del Tg che, seduto alla scrivania davanti alle telecamere, mostrava appunto soltanto la parte superiore del corpo. Basta un piccolo sforzo di fantasia linguistica per adattarla agli attuali cercatori di pubblica attenzione: “mezzibellimbusti”.

 

 

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