SE L’ITALIA ESISTE ANCORA, SI DIVENTA ITALIANI PARLANDO ITALIANO

Vuoi tu, Korongo Kongo, diventare cittadino italiano? (…) No, dico, vuoi tu Korongo Kongo eccetera? (…) Insomma, vuoi diventare cittadino italiano sì o no? (…).

Ecco, a un dipresso, questo dev’essere accaduto otto giorni fa a Cadoneghe, ridente paesino del padovano, quando il sindaco, Marco Schiesaro, ha negato la cittadinanza italiana a una signora marocchina, in Italia da quindici anni e sposata con un italiano, che non capiva una virgola di ciò che le veniva detto.

La cosa, va da sé, ha creato un certo scombusto, fino ad approdare ai banchi del Parlamento, dove, su questo genere di faccende, intingono il pane con gran soddisfazione. Immagino si sarà detto che il sindaco, leghista, sia un razzista, xenofobo e che la povera signora sia la vittima incolpevole della marea nero-verde che sta sommergendo l’Italia democratica. In realtà, però, le cose sono andate un po’ diversamente e, forse forse, meritano una minima riflessione da parte nostra.

Già, perché la signora, benchè in Italia da tre lustri e coniugata con un nostro compatriota, pare davvero non spiccichi una parola d’italiano. Mi rendo conto che la cosa suoni incredibile e, per certi versi, grottesca, ma sembra proprio che le cose stiano così: la brava signora non parla l’italiano.

La questione che si è posta al sindaco Schiesaro e, per conseguenza, anche a noi, non è di poco conto: è possibile che diventi cittadino di un Paese uno che non ne biascica la lingua? Ovvero, la lingua è o non è condizione determinante per concedere a qualcuno la cittadinanza? “Una d’arme di lingua, d’altare…” poetava il Manzoni: vabbè che sono passati duecento e passa anni, ma mi pare che il criterio, tutto sommato, sia ancora valido.

Giano Accame poneva, come requisito base per essere Italiani, l’amore per l’Italia: è più italiano, diceva, un ascaro che muore baciando il tricolore, di un figlio, nipote e bisnipote d’Italiani che, allo stadio, tifi Unione Sovietica per motivi ideologici. Io condivido. E aggiungo che mi risulta però un tantino difficile credere all’affezione di qualcuno per l’Italia, se in quindici anni non ha imparato a parlare l’italiano. Cosa volete che vi dica: mi risulta difficile da credere.

Insomma, in questa faccenda, più che di razzismo, io sento odore di trappolone: qualcosa veramente non mi torna. Se si vuole far parte di una comunità (e la Nazione, per me, è la più significativa delle comunità) credo sia necessario e determinante assorbirne i valori: non si può, per capirci, ambire a diventare un buon cristiano, bestemmiando e picchiando i bambini.

Certo, mi si potrà dire che siamo tutti cittadini di un unico pianeta: va benissimo. Allora, però, la signora avrebbe dovuto richiedere, non si sa bene a chi, la concessione della cittadinanza planetaria: a quella italiana pensa il sindaco. E, in questo caso, il sindaco ha pensato che, senza sapere la lingua, non si ottiene il passaporto. Anche perché, senza una minima dimestichezza linguistica, non vedo come l’aspirante italiana avrebbe potuto conoscere i rudimenti della nostra storia patria, della nostra tradizione culturale, perfino della nostra gastronomia, tanto per dire. E non si può essere italiani senza nemmeno un briciolo di italianità, almeno per sentito dire.

Quelli che berciano di Jus Scholae, ad esempio, come vedono la faccenda? Perché, fino a prova contraria, a scuola si parla ancora italiano: e, allora, la signora padovana non rientrerebbe neppure in quella categoria. Dunque, Jus Soli, no, Jus Sanguinis nemmeno, Jus Scholae neppure: mi sa che il sindaco Schiesaro ha fatto bene i suoi conti. Permettere a chiunque di diventare cittadino italiano è cosa buona e giusta: regalare la cittadinanza a chi dimostri di disinteressarsi completamente alla nostra civiltà, un po’ meno. Provate a chiedere la cittadinanza marocchina e ve ne accorgerete.

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