NOI FIERI DI MARIO SCHIANI, “QUEL DOLCE NOME”

di GIORGIO GANDOLA – «La letteratura è un gatto che ti taglia la strada». Non importa se sei seduto al Café de Flore con Simone de Beauvoir o se stai osservando una scalinata coperta di sabbia che porta a una spiaggia sconosciuta. Se lo dice Mario Schiani meglio fidarsi per tre motivi: conosce i gatti più di noi (ne ha tre), osserva il mondo da quel laboratorio letterario naturale che è la provincia italiana (Como) e sa riconoscere se una storia ha solo due dimensioni o raggiunge la terza (la profondità). Questa volta, con guizzo satanico, la letteratura ha tagliato la strada a lui e ha folgorato noi, arrivati alla fine di «Quel dolce nome», il suo ultimo romanzo (edizioni Giovane Holden) dopo una notte quasi insonne per impossibilità di abbandonare quella storia misteriosa e quei personaggi che un nome di battesimo in realtà non se lo sono dato.

Schiani racconta, non fa il furbo, secondo un motto aureo di Dino Buzzati. Ci narra di un uomo accompagnato all’ospedale dalla moglie per un intervento di routine, di una stanza con personaggi da commedia dell’assurdo, di un urologo barbuto e logorroico, di infermiere fragili e poppute. E di una ribellione progressiva di tutti contro di lui, perché lo hanno riconosciuto, lo insultano al passaggio quando va a chiedere la cartella degli esami, gli sibilano in faccia il loro disprezzo. Poi, come attratti dal male assoluto, si recano in silenziosa processione a confessarsi proprio al suo capezzale. Chi è quell’uomo? Qual è il tormento che nasconde al lettore? Cosa accadrà sotto le luci al neon dell’ospedale di notte o della sala operatoria di mattina presto?

C’è del noir in vista, ma non cascano cadaveri dagli armadi. Piuttosto è un puzzle che si ricompone, sono le storie di ciascun personaggio che prendono il volo come palloncini dentro i quali quel paziente insonne («Non dormo da vent’anni») soffia incredibilmente brezza, vento, perfino vita. Confrontandosi con lui, tutti gli altri fanno i conti con le stessi e stranamente con i loro padri. Perché sotto il pelo dell’acqua c’è il conflitto generazionale, ci sono figure di uomini antichi, solidi e incomprensibili per le generazioni di oggi. Statue equestri che non possono essere abbattute e allora vengono denudate. La ricerca del padre è costante ma inutile. Lo spiega il disegno di copertina: se ti togli gli occhiali del perbenismo rivoluzionario per vedere meglio, con le lenti vengono via anche gli occhi.

È bello «Quel dolce nome», con solo due nomi, quello di Giulia la figlia e di Catty l’assistente della figlia. Un viaggio leggero e forte, con lampi di Tullio Avoledo. Ancoraggi solidi, soprattutto un paio di consonanze stilistiche. La prima è la constatazione che questo è un romanzo fatto di romanzi. Lo sono le storie raccontate dai personaggi che occupano la scena e si alternano al capezzale del reprobo. È un Effetto Notte scritto, e certe battute delicate sanno di Truffaut lontano un miglio («Ho bisogno di un marito» «Perché? Non riesci ad arrivare allo scaffale alto?»). E poi c’è la lingua, la ricerca accurata della parola come se dietro il Mario Schiani che scrive ci fosse il Nanni Moretti di Palombella Rossa: «Le parole sono importanti!». Ed eccole, linguaggio accuratissimo di rubini incastonati: riscattante, prestezza, sobbollire, nondimeno. È un piacere incontrare simili parole in crinolina e stringere loro la mano, nell’attesa di imbattersi dalle parti di Lecco nell’ “a un dipresso” manzoniano.

Ancora un particolare, questa volta heavy metal. Uno dei momenti più forti del libro è la visita all’officina del riparatore, frequentata da tutti i contadini della provincia, un laboratorio verticale di cinque piani ricavato nella roccia viva. Poiché manca una parete, chi si avvicina per far aggiustare una vanga o un érpice nota gli infernali ragazzi del riparatore, sporchi e sboccati, balzare da un livello all’altro, da un soppalco all’altro, attraverso scale a pioli ovviamente malferme. Chiudi gli occhi e vedi Escher, li riapri e sei nel deserto di Mad Max. Il gattone che ha tagliato la strada a Schiani la sapeva lunga.

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