QUATTRO DONNE E UN PENSIERO

di MARIO SCHIANI – Non ci resta neanche la velleità (spesso bene intenzionata, qualche volta alimentata da risentimento e parzialità) di cercare un colpevole, di denunciare il “clima d’odio”, di puntare il dito contro una o più categorie di emarginatori seriali. Non possiamo gridare al razzismo, al sessismo, all’omofobia. Se vogliamo urlare di rabbia, dobbiamo rivolgerci al mondo o al destino, chissà, magari all’universo che da qualche miliardo di anni riesce con marmorea ostinazione a essere indifferente ai destini di chiunque, persino di se stesso. Noi, invece, tutto possiamo essere – buoni, cattivi, stupidi, intelligenti, avidi, generosi – tranne che indifferenti: tutto ci colpisce e desta un’impressione; il nostro cervello lavora per individuare un collegamento, una coincidenza, e quando trova ciò che cerca si sgomenta perché non è detto che ci sia anche una spiegazione.

A San Donato Milanese due donne sono morte nel folto di un campo di mais, travolte e straziate da una macchina mietitrice. Una di esse ha fatto in tempo a lanciare l’allarme al 112: poche parole in arabo per dire che l’amica era morta e lei era ferita. Quando le hanno trovate, erano morte tutte e due.

Sul Monte Rosa due amiche piemontesi, Martina e Paola, neanche trentenni, sono morte assiderate dopo essere rimaste bloccate dal maltempo a oltre quattromila metri di quota. Con loro anche un compagno di scalata, raggiunto dai soccorritori ancora vivo e ricoverato in Svizzera. Le guide alpine giunte in quota avevano trovato in vita anche le due donne, ma una è morta pochi minuti dopo il loro arrivo e l’altra durante un tentativo di rianimazione effettuato al rifugio.

Martina e Paola ora sorridono abbracciate su tutti i siti d’informazione d’Italia, in una di quelle foto che si scattano e si mettono sui social senza mai pensare che, un giorno, potrebbero venir ingurgitate dai media.

In questi due fatti, lontani non solo nelle coordinate geografiche ma probabilmente anche in quelle sociali delle vittime, la nostra mente, che appunto cerca collegamenti e spiegazioni, trova i primi ma annaspa quando gli manca l’appoggio delle seconde. Sappiamo solo che la cronaca ci consegna la morte tragica di quattro donne e che in ciò scorgiamo uno sgomento particolare, un supplemento d’angoscia. La ragione è che le donne rappresentano ancora la parte migliore di noi tutti e queste perdite ci impoveriscono, rendono il mondo più freddo, assurdo, inospitale.

Per tradizione, e abitudine, accostiamo la femminilità alla grazia dei fiori. Con questo intendiamo alludere a una bellezza insuperabile e un poco misteriosa, ma anche effimera e non esplicitamente funzionale. Nel ricordo delle vittime di San Donato e del Rosa, vorrei invece proporre un paragone diverso: quello con gli alberi. Ai quali, oltre alla bellezza, viene spontaneo attribuire subito altre doti: la pazienza, la resistenza, la saggezza, la generosità necessaria per fornire al mondo, chiedendo poco o nulla in cambio, ossigeno e stupore.

Oggi piangiamo la caduta di quattro alberi e non possiamo ignorare il vuoto che rimane nella foresta, la spinta vitale che viene a mancare, il sostegno che ci viene negato. Viviamo un 8 marzo alla rovescia, nel quale invece di rinsaldare la nostra alleanza con l’universo femminile, lamentiamo il congedo con una insostituibile parte di esso. Ricordiamoci di questo sgomento, noi uomini, quando l’abitudine e la routine torneranno a diluire la nostra riconoscenza per le donne.

 

 

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