Lo diceva già Tolstoj, i vivi vanno ai funerali per compiacersi inconsciamente che non sia toccato a loro. E già che ci sono, per partecipare a una sfilata più o meno mondana, dove più del lutto conta l’io c’ero.
Nessuno stupore allora per quello che abbiamo visto in questi giorni, prima con Baresi e adesso con Guccini. C’è posto per tutto. Il mondo pettegolo e meschino del gossip macabro si è scatenato nella caccia senza quartiere agli assenti. Alcuni, nel modo più felpato possibile, l’hanno fatto mettendo in rilievo i presenti, con liste precise, per filo e per segno, così chiunque può andare per esclusione e individuare chi non c’era. I più, senza farsi tanti scrupoli, direttamente, con elenchi dettagliati dei non pervenuti, puntando a non dimenticare nessuno.
Diciamolo, operazione umanamente squallida. Da che mondo è mondo ci diciamo che ciascuno si gratta il dolore a modo suo, senza bisogno che nessuno insegni il galateo nero delle esequie pubbliche. Chi se la sente, chi ci tiene, va al funerale. Ma c’è anche chi proprio non ce la fa, che percorre altre strade, che coltiva in modo diverso e nascosto la propria mestizia. Non può essere una colpa. E’ permesso sentirsi liberi almeno davanti a una tragedia?
Ma non c’è niente da fare. Il format del pomeridiano televisivo, che va a ficcare il naso ovunque, superando qualsiasi barriera del pudore e del rispetto, fino all’intimità più riservata, in questi casi propone il meglio di sè. Come segugi con la lingua di fuori, i bravi cronisti propongono le loro brave liste. Clamoroso, da Baresi non si è presentato Ibrahimovic, subito in cima alla lista. E non fa nulla se Ibra avrebbe mille altre possibilità di finire in cima a mille altre liste per ben altre prerogative. Qui è il più esecrato. Dopo, tra le righe, qualcuno gli concede un’attenuante: in passato, si legge, lo svedese aveva spiegato la scelta di vivere i lutti con riservatezza, dopo la morte nel 2014 del fratello Sapko per leucemia (aveva 41 anni). Ma va?
E poi gli altri. Non c’erano Sacchi, Gullit, Rijkaard, Ancelotti, i grandi miti del grande Milan di Baresi. Non c’era Adriano Galliani, ma solo il figlio Gianluca, anche in questo caso un’assenza sottolineatissima. Nessuno della famiglia Berlusconi. Tutti al muro, mandati dalla Norimberga popolare con il gusto sadico del gossip carogna. Chi magari sta male, chi magari è all’altro capo del mondo, chi magari non regge la tensione dell’avvenimento: niente, non è il momento di rispettare niente e nessuno, tanto meno il defunto, che per via indiretta viene pure sospettato di avere coltivato brutte beghe con questo o con quello. Conta solo la lista di proscrizione. Tu comincia a dire che non c’era, poi eventualmente sarà lui a dare spiegazioni.
Eppure sarebbe un funerale, sarebbe il momento supremo del silenzio e del lutto. Proprio il momento esatto in cui ognuno dovrebbe essere libero di soffrire per conto suo, a modo suo, fosse anche nell’angolo più sperduto del pianeta con una semplice preghiera.
Lo stesso fenomeno, ancora tutto in divenire, lo stiamo contemplando con Guccini: accanto alla lista sterminata di chi posta un aforisma strappalacrime, un ricordo personale, un epitaffio ambizioso, sta crescendo anche l’occhiuta ispezione verso chi ancora non si è mosso, non ha detto niente, magari nemmeno andrà a omaggiare la salma.
Ovviamente non saranno queste miserie umane a cambiare il destino e la memoria di chi muore. E’ una questione che riguarda solo noi, rimasti qui, provvisoriamente. Dice molto su quanto sia diventata squallida la nostra società del vuoto e del finto, dove persino il lutto è occasione di penosa chiacchiera e di malvagia diceria. Ancora una volta, il vero brivido non riguarda più la persona cara che piangiamo, ormai in pace nella calma celeste, ma il livello di guardia raggiunto dalla nostra sensibilità. C’è più siccità che in pianura padana.
