COM’E’ TETRO IL NOSTRO FUTURO: PRIMA L’A.I. RUBA SAPERE AI LIBRI, POI LI DITRUGGE

Se avete una biblioteca, piccola o grande che sia, munitela di serratura. Un bel chiavistello fa al caso vostro, magari anche un meccanismo a combinazione. Se volete strafare, aggiungete una videocamera di sorveglianza e, per dormire tranquilli, pure una sirena d’allarme.

Non è che ci siano in giro poi tanti ladri di libri, direte voi, ed è difficile darvi torto. Se non i ladri è però giusto temere i distruttori di libri, i divoratori di volumi: non nel senso di lettori accaniti, ma di autentici sterminatori della carta stampata. Era dai tempi dei falò di Goebbels che tanti libri non facevano questa brutta (e indecente) fine: a innescare il simpatico revival nientemeno che l’Intelligenza Artificiale.

Vediamo di spiegarci. I maggiori sviluppatori di IA hanno dato incarico a vari agenti di effettuare massicci acquisti di libri, specialmente in librerie antiquarie, e di assicurarsi importanti acquisizioni di archivi cartacei. Lo scopo è quello di “alimentare” l’algoritmo con testi di provenienza umana: attraverso questi testi l’Intelligenza Artificiale può imparare e svilupparsi. Gli ingegneri informatici hanno infatti subodorato un rischio: in circolazione esistono ormai infiniti testi generati dall’IA e se all’algoritmo affidiamo questi come “combustibile” per l’apprendimento esso non farà altro che cannibalizzare se stesso e, detto in parole povere, dalle scemenze da lui stesso scritte non imparerà nulla di nuovo. Ecco dunque la necessità di procurarsi testi certamente umani: vecchie edizioni, incunaboli, codici, incartamenti, papiri vari. Tutta roba predatata perfino agli albori dell’Intelligenza Artificiale.

Questa massa di carta, accumulata peraltro senza alcun discernimento sul contenuto, viene passata allo scanner, inghiottita dall’algoritmo e quindi distrutta. Ma perché è necessario il sacrificio della carta? Che cosa impedisce a questi geni del progresso di rispettare anche la presenza fisica di un libro, di osservare un minimo di deferenza per il valore simbolico che un volume, anche in quanto concreto prodotto di tipografia, immancabilmente porta con sé; quel rispetto, tanto per fare un esempio, che impedisce al sottoscritto di buttare i vecchi numeri della Settimana Enigmistica? La risposta è semplice e sconcertante. La legge americana sul copyright considera la copia digitale di un testo “libera per l’uso”. Se però si conserva anche l’originale le copie diventano due, di cui solo una pagata, e dunque si parla di “moltiplicazione” e non più di “trasformazione” del testo. O carta o digitale: una delle due deve morire, ed è facile intuire quale, al giorno d’oggi, avrà la peggio.

Bello, vero? Un esempio di razionalità irrazionale che oggi sembra dominante. Una sorta di trappola legale, che spinge a una soluzione per forza in favore della nuova tecnologia, perché è questa la frontiera – instabile, in continuo movimento – sulla quale tutti ci sentiamo in obbligo di tenerci in equilibrio, pena la paura di rimanere indietro, di non contare più, di essere tagliati fuori. Non a caso mai come oggi segno definitivo dell’appartenenza alla terza età, e dunque a un limbo premortale al quale nessuno rivolge uno sguardo, è proprio il distacco dalle tecnologie, l’incapacità del nostro cervello di installare l’ultimo “update”. E si sa cosa capita a chi non installa l’ultimo “update”: va al macero, senza neppure foraggiare l’Intelligenza Artificiale. Non resta che l’ultima resistenza: chiusi in un fortino chiamato biblioteca, sapremo durare a lungo. Fino all’ultimo capitolo.

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