PRZEMYSL NON E’ SOLO SALVINI: LI’ 244 ITALIANI A SCHIENA DRITTA DISSERO NO A HITLER

Vogliamo aggiungere qualcosa su Przemyśl? L’istinto direbbe di no, perché già tanto si è scritto, polemizzato, precisato e satirizzato. E poi, chi se la sente di pronunciare ancora una volta il nome di quella cittadina, che sa di medicinale? A ogni tentativo, ci ritroviamo la lingua attorcigliata attorno alle tonsille.

Eppure, se portaste ancora un poco di pazienza, forse qualcosa di interessante e di utile da aggiungere ci sarebbe.

Przemyśl – collocata ad appena 15 chilometri dal confine tra Polonia e Ucraina – sembra ora destinata a passare alla storia per l’incontro tra il Sindaco e il Capitano, conclusosi con una figuraccia del secondo e la scoperta, almeno per chi ha la buona abitudine di leggere AltroPensiero.net, che il primo non è proprio personaggio da additare a esempio. In ogni caso, il siparietto con t-shirt andato in scena giorni fa dimostra ancora una volta che tutto può succedere quando due grandi menti si incontrano.

I più accaniti lettori di Storia ricorderanno che la cittadina polacca fu teatro di un importante episodio della Prima guerra mondiale quando, tra il settembre 1914 e il marzo 1915, l’esercito russo cinse d’assedio le forze austro-ungariche comandate dal generale von Hötzendorff e dopo due assalti, con decine di migliaia di vite perdute, ebbe la meglio, costringendo alla resa 110mila soldati nemici. Non risulta che in questa occasione ci furono scambi o presentazioni di magliette, un’omissione che ovviamente riduce la portata storica dell’episodio.

Per alcuni italiani appartenenti a una generazione ormai quasi estinta – per ragioni anagrafiche – l’intricato nome di Przemyśl è tuttavia legato a una terza circostanza. Proprio nei dintorni della cittadina polacca, a un tiro di schioppo dai Carpazi, nel 1942 i nazisti eressero un campo di concentramento, denominato Stalag 327, suddiviso nel lager principale e in due sottocampi, gli Stalag 327 Z, situati nei vicini centri di Pikulice e Nehrybka. In questi campi, a partire dalla fine del 1943, e dunque dopo l’armistizio dell’8 settembre, furono rinchiusi moltissimi soldati italiani. Era una parte degli oltre 700mila soldati in grigioverde disarmati dal Terzo Reich e destinati a diventare IMI, ovvero Internati militari italiani, e costretti a fornire forza lavoro alla Germania; gli “schiavi di Hitler”, secondo una definizione coniata, come è ovvio, nel dopoguerra. A essi, specie agli ufficiali che a causa della Convenzione di Ginevra non potevano essere mandati al lavoro forzato, fu offerta la sola alternativa di arruolarsi nella Wehrmacht (o nelle SS) oppure di aderire alla Repubblica Sociale di Mussolini, che infatti mandò i suoi rappresentanti a fare propaganda nei campi. Nello Stalag 327 quasi 250 giovani ufficiali italiani decisero invece che una scelta diversa era possibile. Difficile, ma possibile.

L’11 settembre 1943, compleanno di re Vittorio Emanuele III, in una delle baracche del campo venne stesa nottetempo una bandiera tricolore – la bandiera di combattimento dei cacciatorpediniere “Drezza” -, miracolosamente sfuggita alle frequenti perquisizioni delle guardie, e gli ufficiali italiani, agli ordini del colonnello dei bersaglieri Luigi De Micheli, giurarono fedeltà al sovrano. Tutti ferventi monarchici? C’è da dubitarne. Il loro giuramento aveva invece il valore di una scelta di campo: i giovani ufficiali – quasi tutti sottotenenti di complemento, di età poco superiore ai vent’anni – decidevano solennemente che la loro uniforme dovesse sempre essere quella grigioverde con le stellette, non quella tedesca e neppure la camicia nera fascista. Una scelta fatta in condizioni difficili, costretti com’erano nei confini del lager, alla mercé delle sentinelle, laceri, ridotti alla fame e tormentati dal freddo e dai pidocchi. Oggi si può ben dire che quegli ufficiali, e i tantissimi IMI che come loro rifiutarono di aderire – la grande maggioranza dei deportati -, fecero la scelta giusta.

Conosco bene questa storia perché tra i 244 ufficiali che giurarono c’era anche mio padre.

Anche noi, a distanza, siamo oggi chiamati a fare una scelta, a prendere posizione davanti alle scene di guerra che vediamo sugli schermi e nel frastuono delle opposte narrative di propaganda. Certo, siamo in condizioni ben diverse: nessuno ci punta il fucile e ci costringe in recinti di filo spinato. Dovrebbe dunque essere più facile, per noi, usare la ragione e decidere per il meglio. Eppure a volte si direbbe che non è così. Forse questo si intende quando si dice che la storia non insegna nulla e che da tragedia si ripete in farsa, passati come siamo da 244 ragazzi con le palle a due fantocci con la maglietta.

 

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