DONNARUMMA, LA FAVOLA AL CONTRARIO

In realtà un caso Donnarumma non esiste. C’è semmai una storia, un pezzettino di favola al contrario come quelle che si raccontano ai fanciulli. Ed è più o meno così che è andata, infatti.

Gigio viveva in un bel castello incantato, dove il tempo e l’usura, l’addio dei miti e dell’antico re, avevano ingiallito i fasti gloriosi lasciando in opera la ricostruzione. Gigio era stato nominato principe ed era amato dai cortigiani, dalle maestranze, dal popolo. Perché giovane e forte, perché nato tra quelle mura. In lui ognuno riconosceva il potere, a lui affidava il futuro di nuovo vincente. Nelle sue mani le speranze di quei vessilli sbiaditi.  Poi però i cattivi “consigliori”, come venivano chiamati a corte, gli hanno parlato della Senna e dei dobloni, della gloria e di quella smania frettolosa per cui lo avrebbero nominato re, in un Paese più potente e più forte. Non è andata bene. Era un tranello. C’era già un re a Parigi, con le sue stesse mansioni, bravo e amato. Così il trono di Gigio è diventato una panchina, poi quando ha rimesso il naso a casa con una maglia azzurra, è stato dileggiato e vilipeso.

Gli rinfacciano che Attila, cioè ingordigia e avidità, per lui “sia tu lo re”. Tradimento e onta insopportabili.
Ora che anche per sua colpa, la nuova dimora francese è fuori dal catasto europeo, sulla cui cima tenta invano di salire da anni strapagando la sua folta legione straniera – invisa dai suoi stessi sostenitori -, re Gigio è nudo e solo. È la stampa ci si avventa, descrivendo liti interne e un disagio tale da voler tornare a casa, dove però nessuno più lo vuole.
Nessun caso, quindi. Una favola triste con un lontano, improbabile lieto fine. Con il sugo di tutta la storia: chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

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