PROVIAMO A CAPIRCI QUALCOSA DEL METAVERSO

Pare proprio che faccia sul serio. Mark Zuckerberg, fondatore e leader assoluto di Facebook – pardon: di Meta –, ha deciso che una realtà non basta, ce ne vuole almeno un’altra. A realizzarla, manco a dirlo, sarà lui, che allo scopo si sta circondando di uomini e di società ad alto tasso tecnologico. Ultimo acquisto, Tony Xu, amministratore di DoorDash, società americana che si occupa della consegna di alimenti. “Tony ha esperienza diretta sia nella gestione di un’azienda tecnologica che nella risoluzione di complesse sfide. Non vedo l’ora di imparare molto da lui”, ha dichiarato Zuckerberg. Il progetto è quello di lanciare, nei prossimi anni o forse mesi, il “metaverso”, ovvero l’universo parallelo (e digitale) nel quale i 2,9 miliardi di utenti registrati sulla piattaforma di Mark potranno immergersi fino al collo e oltre.

Per spiegare che cosa è esattamente un “metaverso” bisognerebbe innanzitutto che lo stesso Zuckerberg lo avesse chiarito con precisione. Così non è: il creatore di Facebook ha lasciato capire che si tratta di un mondo virtuale al quale sarà possibile accedere attraverso diversi strumenti tecnologici (visori, pelle elettronica) lasciandosi così alle spalle il mondo di tutti i giorni, ormai liso e abusato, spesso frustrante, al quale siamo abituati. L’universo originale potrebbe essere stato creato o no da Dio, non lo sappiamo per certo. Di sicuro, sappiamo che il nuovo “metaverso” un Dio ce l’avrà: Zuckerberg stesso.

Non si tratta di fare gli scettici a tutti i costi e neppure di ripudiare il progresso tecnologico in nome di un passatismo distorto dalla nostalgia. Di sicuro, come Zuckerberg e i suoi colleghi non si stancano di ripetere, il “metaverso” qualche aspetto buono lo presenterà. Immerse in questa realtà virtuale, due persone distanti migliaia di chilometri, oggi impossibilitate a incontrarsi dalle restrizioni anti-Covid, potrebbero vivere l’“esperienza” – parola che Mark ama molto e di conseguenza ripete spesso – di ritrovarsi vicine in un ambiente quasi perfettamente verosimile. Verosimiglianza accresciuta dal fatto che, non contento di occupare la nostra vista e il nostro udito, il “metaverso” offrirà anche sensazioni tattili, grazie alla pelle elettronica studiata da ReSkin, società al lavoro per realizzare un’epidermide che operi in stretto contatto con l’Intelligenza Artificiale. Dì là, dunque, nel “metaverso”, potremmo anche toccare le “cose” e non solo guardarle e ascoltarle. Con i limiti del caso, perché è pensabile che una pacca sul sedere virtuale non sia più accettabile di una pacca reale.

Ancora, il “metaverso” lascia intuire straordinarie possibilità di applicazione nel campo della disabilità. Persone con gravi limitazioni sensoriali potrebbero godere, nel “metaverso”, di una trovata o ritrovata libertà di movimento, espressione, svago. Sarebbe davvero una gran cosa e, se il tutto andasse in porto, Zuckerberg potrebbe giustamente andarne fiero.

L’altro lato della medaglia, o meglio della “metamedaglia”, è che, come accennato, questo universo avrebbe un padrone assoluto, o quantomeno sarebbe governato da un ristretto consiglio d’amministrazione. Zuckerberg parla di “esperienza” usando un concetto che, nel senso tradizionale, implica una grande partecipazione del soggetto. Facciamo “esperienza” di una gita, di una visita al museo, di un’amicizia (perfino una vita intera può essere definita “esperienza”) attraverso sensi che si sforzano di dar forma e carattere all’universo circostante e lo interpretano creando una fioritura di emozioni. Perfino nelle situazioni più controllate da altri – uno spettacolo teatrale o cinematografico, un programma tv, un concerto rock – i sensi di ciascuno sono aperti a reazioni diverse, differenziate dal nostro passato, dalla nostra storia. Nel “metaverso” di Zuckerberg, temiamo, le opzioni disponibili saranno quelle pre-scelte da lui e dai suoi amici cervelloni: niente di meno, ma anche niente di più. Non si intravede in questo un pericolo – forse remoto, forse no – di omologazione, di appiattimento? In questo universo perfino il nostro modo di esprimerci potrebbe essere direttamente condizionato. Là dentro potrebbe essere semplicemente impossibile – fisicamente, elettronicamente impossibile – azzardare un commento non allineato alla “policy” di Meta, alla sua visione del “politicamente corretto”. Questo, non per difendere cialtroni e cialtronate che fanno dell’offesa a prescindere un’attività ben retribuita, ma per ribadire che vecchi rottami come il razzismo e il sessismo non si rimuovono con la censura, ma attraverso un’evoluzione culturale collettiva, ben più ampia del pensiero di un singolo individuo, magari pure bene intenzionato come il signor Zuckerberg.

Purtroppo, siccome il suo “metaverso” sarà di certo accogliente, colorato e privo di tanti degli sgradevoli imprevisti dell’universo originale, in tanti ci accomoderemo senza pensare a chi ci sta dietro. E, soprattutto, rinunceremo una volta per tutte ad aver cura del vecchio mondo, che finirà tra le cose dimenticate, come un’iPhone di qualche generazione fa e come quegli uomini, gli anziani per esempio, che non sanno o non vogliono più fare l’upgrade alle nostre follie.

 

 

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