PROF VIECCA: «LE MASCHERINE? OBBLIGATORIE»

di LUCA SERAFINI – Le mascherine. Non ci gira troppo intorno il professor Maurizio Viecca, primario di cardiologia e pneumologia dell’ospedale “Luigi Sacco” di Milano, in prima linea ormai da quasi 8 mesi nella battaglia al Covid-19.

«Non esistono bacchette magiche, né protocolli universali che possano dare più garanzie rispetto all’obbligo di indossare la mascherina. Sento parlare di scuola, uffici, locali pubblici, stadi, discoteche, spiagge… Come fare? Mascherine obbligatorie. E sanzioni pesanti a chi non le usa. Sono scomode, fastidiose con il caldo? Ammalarsi è peggio. Mettiamoci tutti la mascherina, senza distinzioni né eccezioni, e non ci vorranno due anni per sconfiggere questo virus».

Cosa mi può dire rispetto ai numeri di questi giorni, con i contagi in aumento?

«La situazione è profondamente diversa da quella devastante di primavera. Il virus muore insieme con i pazienti che muoiono avendolo contratto, quindi quello che resta in circolazione è un virus più debole, è meno letale. È un fatto fisiologico. Le polmoniti complicate dalle trombosi dei capillari polmonari hanno determinato il maggior numero di morti, è una scoperta che avevo fatto io e che ora è stata confermata: intubare serviva a poco, potevi dare al malato tutto l’ossigeno che volevi, ma il sangue continuava a circolare. Il virus che ha colpito il lodigiano, Milano e Bergamo non è lo stesso che ha colpito il centrosud, altrimenti sarebbe stata una catastrofe. Il Covid-19 ha perso dei pezzi strada facendo: oggi è meno letale, ma altrettanto contagioso».

Il che non autorizza ad abbassare la guardia.

«No, nel modo più assoluto. Non pensiamo di essere a marzo, ma ci vuole ancora pazienza. E molta. Per carità, non andiamo dietro alle sciocchezze dei negazionisti: dobbiamo continuare a indossare le mascherine, in tutto il mondo. È l’unico modo per stroncare questo virus. E, ripeto, se questo avvenisse non ci vorrebbero due anni per eliminarlo definitivamente, ma molto meno».

Lei è sempre stato molto scettico sui ‘numeri’, lo è ancora?

«Certo che lo sono. Il Governo e i media non ci dicono qual è il criterio, qual è il rapporto tra tamponi e contagi, a chi e perché vengono fatti (o non fatti…) gli esami. L’unico dato credibile è quello degli ospedalizzati per Covid: non ce n’è un altro per avere il quadro reale della situazione. La percentuale dei portatori sani, coloro che non sanno di avere il Covid, è ancora alta – intorno al 30% – e sono soprattutto loro che diffondono il virus se non hanno la mascherina. Il virus non tornerà ad essere letale, a meno che non andiamo a riprendercelo in Sudamerica o nei Paesi dove lo è ancora… Chi dovesse tornare da quei luoghi deve essere messo necessariamente in quarantena e sottoposto a tampone».

In ogni caso, i numeri di cui disponiamo in questi giorni parlano di un migliaio di contagi al giorno, di un’età media abbassata, di una mortalità minima. Un quadro chiaro, sembrerebbe: i giovani sono meno rispettosi di quelle decine di milioni di italiani che contagiati non sono…

«Non si possono fare equazioni e risolvere il discorso, come qualcuno fa, pensando di essere al bar. La questione è complessa dal punto di vista medico e scientifico: la genetica è diversa da persona a persona, ci sono diverse capacità di risposta del sistema immunitario da persona a persona… Non bastano avere due elementi e fare ‘a più b’. Bisogna osservare il trend medio e l’unico dato che ci può aiutare a capire sono le ospedalizzazioni, non i contagi. È così che la statistica avrebbe un senso. Lei è un giornalista sportivo: faccia un confronto tra i gol segnati tra una squadra e l’altra, poi però mi dica se una squadra è di serie A e l’altra è di serie C, se una gioca in Italia e l’altra in Africa, se una ha giocato 10 partite e l’altra 30. È indispensabile un criterio, altrimenti i numeri non servono a niente, non sono leggibili né interpretabili».

Da una ricerca e da informazioni che ho raccolto in questi ultimi giorni, i ricoveri in generale e soprattutto i pazienti in terapia intensiva, si contano sulle dita della mano.

«Un risultato che va difeso. Gli italiani sono un popolo intelligente, ma ha bisogno di regole e poi di sanzioni che li obblighino a rispettarle. I premi e le punizioni per chi rispetta e chi non rispetta le regole, sono fondamenta della democrazia. Purtroppo da noi istituzioni come l’Istituto Superiore della Sanità e la Protezione Civile, ad esempio, hanno perso riconoscimento scientifico: non esiste che ogni regione vada per conto suo, davvero non esiste. Ci vorrebbe un ente superiore, unico, che dettasse le leggi: invece a un certo punto sono stati proprio ‘loro’ a dirci che le mascherine non servivano: quelli dell’Istituto Superiore della Sanità… Manca una leadership, una guida che dica che cosa si deve fare, senza se e senza ma. E quel che si deve continuare a fare è indossare le mascherine».

Chi è risultato positivo ed è guarito può stare tranquillo?

«Non abbiamo certezze, ma mi sento di dire di sì, sebbene il virus sia composto da vari ‘pezzi’ e gli anticorpi possono funzionare con qualcuno di questi pezzi e con altri no. In generale chi ha sviluppato anticorpi è protetto, ma nessuno potrà mai dire per quanto tempo».

Come può ripartire l’attività scolastica?

«Al di là delle mascherine anche ai bambini come avviene per esempio in Giappone, non sono io la persona preposta a dire come organizzare le mense, lo smartworking, le distanze tra i banchi nelle aule… Di sicuro speravo che in questi mesi qualcuno ci avesse pensato. La cosa certa è che i bambini corrono meno pericoli degli adulti, ma possono diventare rischiosi come portatori sani».

Se guarda all’autunno, come immagina di vedere la situazione Covid-19?

«Immagino un po’ di confusione. Il personale medico è ancora insufficiente e molte strutture ospedaliere pure. Il problema sarà discriminare influenze, laringiti, polmoniti tipiche della stagione, dal virus. Per occuparci del Covid, in questi mesi abbiamo trascurato altre patologie purtroppo. Le università non coniano medici, per anni gli organici resteranno carenti».

Un’ultima domanda su un tema che mi sta a cuore: siamo già ai primi raduni della serie A. La ripresa del calcio a porte chiuse sembrerebbe aver funzionato, adesso cosa dobbiamo aspettarci?

«A porte chiuse funzionerà ancora, perché staff e giocatori sono sottoposti a controlli continui. Gli stadi potranno riaprire con capienza limitata e con obbligo di mascherine: temo ci voglia ancora molto tempo… ».

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