PENSA SE ANCHE NOI CHIEDESSIMO LA LAUREA ALL’INFLUENCER (COME IN CINA)

Chiedo venia preventiva. Mi sono imbattuto in un post su LinkedIn: “La Cina ha appena detto a milioni di influencer di non essere qualificati per esercitare. Parlate di denaro, salute, diritto e istruzione e non avete una laurea. Bene, 15.000 dollari di multa. Account cancellato. Carriera finita”.

Chiedo venia perché, sollecitato a scrivere di questa notizia, ho iniziato le ricerche scoprendo che non lo è, niente affatto: sono anni che la Cina reprime gli influencer, li scheda, li multa, li blocca. Un articolo pubblicato nell’ottobre 2025 su “Università.it” riferisce dell’entrata in vigore della laurea obbligatoria per gli influencer.

Però, pensandoci bene, non mi sarebbe stato difficile intuirlo all’istante. La repressione in Cina è pane quotidiano e che da quelle parti il mondo digitale (come del resto quello reale) sia regolamentato in maniera drastica, questo lo sapevo. Che però da un anno chiunque voglia parlare online di salute, diritto, finanza o istruzione debba possedere un titolo di studio universitario, o un’abilitazione professionale riconosciuta, confesso che mi era sfuggito. Eppure si tratta di una decisione che – scriveva il sito di cui sopra – “segna un punto di svolta nel rapporto tra informazione e comunicazione digitale, e che apre le porte a un dibattito globale sul valore delle competenze nel mondo dei social”.

Nel nostro emisfero democratico, dove peraltro si può persino diventare parlamentare legislatore senza laurea, è molto difficile pensare al soffocamento della libertà di espressione, a qualsiasi livello. Specie in quello web che Umberto Eco definì un enorme bar: “Tutti quelli che abitano il pianeta, inclusi i pazzi e gli imbecilli, hanno diritto di parola in pubblico. Prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società, perché prima l’accesso ai media era sorvegliato da doganieri potenti: gli editori e i giornalisti”.

Da quello che si legge navigando, il provvedimento delle autorità cinesi punta a selezionare i contenuti pubblicati dagli influencer in settori considerati sensibili o di alta professionalità: appunto, salute diritto finanza educazione…

Senza virgole, tanto il linguaggio digitale non se ne cura con attenzione. Chiunque si esprima in merito a certe questioni, dovrà dimostrare di possedere una laurea o una qualifica coerente con gli argomenti trattati. Un titolo che ne certifichi le competenze. Di conseguenza tutte le piattaforme più popolari del Paese sono state incaricate (obbligo) di verificare i requisiti dei creator e bloccare i contenuti pubblicati da chi non li soddisfa. Pensa al destino dei nostri pseudoesperti di medicina, finanza, giurisprudenza…

La prospettiva in realtà è una e una sola, in Oriente come in Occidente: sopprimere le fake news. Resto dell’idea che la scrematura naturale tra gli influencer la faccia anzitutto la reputazione di chi pubblica, se poi una parte dei followers non sa distinguere tra Giorgio Parisi e la Ferragni, il problema è loro. Ma se del pubblico andrebbe represso il linguaggio triviale, blasfemo e cruento nei commenti, riguardo agli influencer più che delle qualifiche bisognerebbe occuparsi – appunto – dei contenuti.

La Cina forse esagera, come sempre, nella repressione, comunque da questa parte del pianeta si esagera in senso contrario, cioè una mancanza assoluta di controlli, di filtri. Il bar di idioti ubriachi è aperto h24 tutti i giorni: il problema è che nessuno li butta fuori dal locale, dove anzi continua a entrare gente che si mette a discutere e litigare con loro, anche se dicono scemenze. E scoppiano le risse verbali, si moltiplicano gli haters. Credo quindi che sia ancora e assolutamente più funzionale il sarcasmo di Umberto Eco, piuttosto che la schedatura cinese.

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