Con il mio nome avremmo vinto, dice Trump tramortito e tumefatto. E’ il minimo che gli si può concedere, là sotto le macerie dello tsunami che l’ha travolto. Perde Camera e Senato, lo dipingono già come un’anatra zoppa, armata solo del suo diritto di veto. Sarà come dovrà essere.
Intanto, subito, il mondo civile e mediamente sensato accoglie le elezioni americane di metà mandato come una buona notizia. Una grande, vera, buona notizia. Se non altro l’Ego ipetrofico del tiranno col ciuffo subisce una musata salutare, gli vengono messi attorno un po’ di paletti, in qualche modo la belva è ingabbaita. Anche se non bisogna commettere l’errore di darlo per morto: gli restano altri due anni per fare a modo suo, con i danni ingenti che conosciamo. Piano con l’euforia, non è ancora un 25 aprile.
Al momento, resta il sollievo di verificare che no, non tutti gli americani sono trumpiani, non tutti sono di quella risma. Ce ne hanno messo del tempo per capirlo, ma forse lo stanno capendo. C’è speranza.
