NO, NEANCHE L’ATALANTA E’ POESIA

Era dal 1907, dal giorno in cui un gruppo di giovani amici la fondarono, che l’Atalanta era in mano ai bergamaschi, con un padrone e un presidente sempre bergamaschi. Una prerogativa – bio, doc, a km. zero – che in zona hanno sempre esibito come una virtù. Se tale è, si comprende meglio lo choc di queste ore: dalla sera alla mattina, o quasi, l’Atalanta passa in mano a un magnate americano (Pagliuca). Non un cambiamento nuovo, in Italia: ormai la metà delle squadre è di proprietà straniera, dove sta la notizia. Il problema è che qui l’impatto è molto diverso, perchè a Bergamo andava avanti da anni una narrazione molto diversa, spostata completamente sul versante fiaba e poesia, come a dire là fuori gli affaristi cinici senza anima e senza bandiera, noi qui isola felice di valori veri e sentimenti forti, un autocompiacimento che da queste parti non si limita al calcio, ma in generale alla vita tutta intera, per la serie sull’isola felice ci vivono i migliori.

Improvvisamente bisogna prendere nota: hanno tolto il tappo e l’isola felice è finita giù nel tubo di scarico. E adesso non si parla d’altro. Al centro dei discorsi, inevitabilmente, il presidente Percassi. Con un minimo di lucidità bisognerebbe dire tranquillamente che Percassi si conferma quell’uomo d’affari freddo e calcolatore, per la verità anche fantasioso e visionario, che è sempre stato. E’ un fatto: si vende al meglio. Quando è giusto vendere. Quando si realizza il massimo, L’Atalanta lotta per lo scudetto delle società più sane, viene da diversi anni di bilancio in attivo, sta per concludere il rifacimento dello stadio di proprietà: c’è davvero tutto per concludere il migliore degli affari possibili. Naturalmente, anche questa volta Percassi ha agito con i suoi modi e il suo stile: nel silenzio, sottotraccia, sullo sfondo. Senza fare rumore, senza sollevare polvere. E alla fine ha spadellato in città il suo capolavoro. Inutile aspettarsi cifre ufficiali, non è da Bergamo: da queste parti si procede sempre per confidenze e voci da sagrestia, per cui possiamo stare sui 350 milioni in cambio del 55 per cento delle azioni, fino a nuova precisazione indignata, perchè prima si tace e poi ci si indigna se vanno in giro le voci. Anche questo è orobic copyright.

Vista da fuori, l’operazione non ha proprio niente che debba turbare. Ma c’è un problema, a Bergamo: in questa terra santa si era sempre pensato che le cose andassero in altro modo, ben diverso dal business cinico e calcolatore del resto del mondo. L’Atalanta era la società modello del presidente locale, attaccatissimo alle radici e alla tradizione, un presidente per amore e non per soldi, un presidente che ha preso l’Atalanta sulle ali della passione e mai più se ne separerà, perchè tra le tante sue attività finanziarie e commerciali questo è l’angolo del cuore e della tenerezza. Persino la vendita viene impacchettata nel romantico: “Un’opportunità colta per far crescere la squadra scegliendo di rimanere legati al Club”.

Invece. Anche l’Atalanta, dalla sera alla mattina, cambia profilo. Nel giro di poche ore, i tifosi vanno a letto con la poesia e si risvegliano con il business. Una società comprata praticamente per intero a 15 milioni nel 2010 viene venduta per metà o poco più a 350 milioni: se è solo poesia, è un bel prendere.

La verità è che tutto quadra alla perfezione. Non c’è una sbavatura, guardando la questione con i parametri del nuovo calcio. L’unico aggiustamento da fare in corsa, urgentemente, sarebbe ora, riguarda più la gente che la storia in sè. Più i tifosi che Percassi. I tifosi dovrebbero finalmente finirla con l’illusione, con il gusto di raccontarsela e suonarsela a modo loro, bevendosi tutto quello che viene portato in tavola, fosse pure kerosene, cominciando a ragionare con la propria testa e a guardare con i propri occhi. Lo sport moderno è questo, è cambiato così, funziona così. In tanti l’hanno capita, a forza di vedere giocatori-bandiera che se ne vanno dalla sera alla mattina perchè il procuratore ha trovato di meglio, a forza di vedere che per i diritti televisivi bisogna fare come vuole la televisione, a forza di vedere voragini di bilancio sanate dai Fondi esteri. Così va il mondo, oggi, presto o tardi bisognerebbe anche capirlo. A Bergamo ancora ci si racconta la favola bella della squadra simpatia che fa giocare i giovani del suo vivaio, anche se da tre-quattro anni ormai giocano solo stranieri e neppure così giovani.

L’affare è perfetto, è la fiaba che fa acqua da tutte le parti. Se vai avanti nella certezza che tua moglie sia una santa donna e poi invece scopri altarini un po’ diversi, inevitabilmente la musata è feroce. Ma in fondo la colpa è di chi si illude, non di chi illude.

Ci si abituerà anche a questo, ci si abitua a tutto. Basta che però la facciamo finita con la story-telling in salsa polentona della squadra diversa e del presidente diverso. Dell’isola felice, ogni volta, sempre e comunque. Il mondo, là fuori, è un’altra cosa. E l’isola di Bergamo non sta fuori dall’arcipelago.

Un pensiero su “NO, NEANCHE L’ATALANTA E’ POESIA

  1. Gianni Nosari dice:

    Bergamo è la nostra città del cuore. L’Atalanta una sua principale arteria, tutto questo un po’ ci puzza, perché? Pecunia non olet.

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