NO, DIO NON E’ MORTO

di DON ALBERTO CARRARA – Quando arrivano le grandi prove, le grandi calamità soprattutto, i credenti si trovano in imbarazzo. Doppio imbarazzo: perché sentono la sofferenza di tutti e perché quella sofferenza provoca la loro fede. Dio, il Vangelo, Gesù, la risurrezione… insomma tutto quello che entra nel mondo della fede diventa un problema che si aggiunge a quelli che ci sono già. E vengono in mente scene famose. Quella del dottor Rieux, nella Peste di Camus. È appena morto un ragazzo su cui si è inutilmente tentato un nuovo vaccino (quante coincidenze con le grandi speranze di questi giorni!). Il dottore scappa via deluso e butta in faccia una rude provocazione al padre Paneloup che aveva sostenuto in una predica il valore della sofferenza: “Quello era innocente”, gli dice. Camus fa da eco alla protesta di Ivan Karamazov nei Fratelli Karamazov, il capolavoro di Dostoevskij. Anche lì, il grande scandalo è la sofferenza e soprattutto la sofferenza degli innocenti.

Quanti innocenti stanno morendo in questi giorni. Anzi, si deve pensare che tutti sono almeno un po’ innocenti. Non c’è colpa che giustifichi la morte e quindi tutte le volte che muore qualcuno esiste sempre un residuo di innocenza da rivendicare. E di conseguenza un inevitabile residuo di protesta. E quindi si protesta contro la medicina, contro la politica, contro il mondo intero e dintorni. E quindi anche contro Dio. È proprio inevitabile.

Il credente – i preti soprattutto – si sentono in dovere di difendere e la Chiesa e il Vangelo, e di dimostrare che Dio ama gli uomini e che non vuole il loro male e così via. I preti diventano sempre un po’ dei Paneloup chiamati a difendere quello che per l’uomo che soffre, per il bambino che muore, è sempre indifendibile.

Non ci sono grandi dimostrazioni da esibire in questi giorni. La dimostrazione è roba nostra. Invece, se si vuole, dove si vuole e dove è possibile, si può tornare a raccontare qualcosa che non è roba nostra.

Tra i tanti passaggi del Vangelo che mi vengono in mente, c’è quello che si trova nel capitolo 23 di Luca. È il racconto della morte di Gesù. Gesù muore in croce insieme a due delinquenti, i due “ladroni”. Il “cattivo ladrone” lo insulta e ripete quello che dicono i crocifissori che si trovano sotto la croce. “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Il “buon ladrone”, invece, rimprovera il “cattivo ladrone” per la sua stravagante richiesta. Poi si rivolge a Gesù e gli chiede: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. E Gesù gli risponde: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Luca 23, 39-43).

La richiesta del “buon ladrone” è vistosamente minimalista. Non chiede di scendere dalla croce: chiede soltanto di essere ricordato, quando Gesù entrerà nel suo regno. Difficile dire a che cosa pensasse il delinquente in punto di morte quando parlava del regno in cui Gesù stava per entrare.

Alla richiesta incerta del ladrone Gesù risponde con l’immagine, anch’essa incerta, del “paradiso”: termine di origine persiana, dicono i biblisti, che significa “giardino”. Ma l’incertezza del paradiso-giardino è precisata dalla certezza della compagnia: “Con me”.

In fondo, il vero paradiso per il ladrone è la compagnia di quel compagno di sventura che sta morendo con lui. Per questo, il paradiso non è proiettato in un indefinito futuro, ma è promesso già oggi: “Oggi con me sarai nel paradiso”.

In questi giorni il credente deve semplicemente raccontare questa inattesa compagnia, senza pretendere di spiegare e di dimostrare. Gesù non scende dalla croce. Muore, semplicemente. Questo è “il segno”, l’unico segno: Gesù condivide la debolezza estrema della morte. Qualcuno ci crede, qualcuno ci spera. Forse anche chi non crede trova bello immaginare che si potrebbe credere e prendere atto che comunque qualcuno ci crede. Non possiamo e non dobbiamo pretendere di più.

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