MA A BIDEN TOCCA L’AMERICA O IL VENEZUELA?

di GIORGIO GANDOLA – Il rodeo è finito, ma la prossima volta prenotate gli osservatori dell’Onu come in Venezuela o in Kosovo. Anche a quel che resta della democrazia più celebrata della galassia potrebbero servire.

È finito con Joe Biden alla Casa Bianca e Donald Trump dall’avvocato per un improbabile riconteggio che durerà più o meno fino a Natale. Non è la prima volta, accadde in Florida nel 2000 quando a contestare il verdetto fu Al Gore, quello che poi ha fatto fortuna con il riscaldamento globale. Un signore dem e molto politicamente corretto, infatti a nessuno venne in mente di dargli del “rosicone che non sa perdere” come adesso a The Donald. Stava semplicemente esercitando un diritto costituzionale, lui.

Secondo i commentatori italiani più autorevoli (quelli che, viste le previsioni, anche questa volta hanno studiato gli Stati Uniti su Tex Willer) il Gran Reprobo dovrebbe sloggiare domani mattina. Ma è una speranza vana perché il protocollo è un po’ diverso rispetto al check-out di un motel della Brianza e prevede un complesso cerimoniale, con i collaboratori di Biden che prenderanno visione dei dossier da condividere, gli staff che si daranno il cambio e infine il trasloco. Tutto dovrebbe chiudersi a fine anno, ma se fossimo nella security democratica erede dei Pinkerton un’occhiatina negli armadi la daremmo; è possibile che Trump tenti di nascondersi dentro per allungare i tempi d’uscita.

Comunque è stato un bel rodeo, mai così partecipato. Erano cento anni che non si presentavano al seggio 160 milioni di votanti. In più pare che per posta abbiano votato anche i reduci della guerra di Secessione. Dopo un anno di scazzottate Sleepy Joe ha ripetuto più volte la parola “riconciliazione” anche per gettare un ponte verso i repubblicani. Nonostante il successo, i dem hanno fallito il sorpasso al Senato, l’onda blu si è vista solo sui talk show italiani e lui dovrà negoziare tutto con i senatori della parte avversa. Meglio trattare. Quindi riconciliazione, ma è difficile che in un Paese mai così diviso a qualcuno interessi davvero raggiungerla.

Perfino gli afroamericani non sono riusciti a rimanere uniti ed è curioso notare che un buon numero ha votato Trump facendo svanire a Biden il senso del trionfo. Tutto merito, si fa per dire, di Black Lives Matter. Come spiega Federico Rampini (il più lucido di tutti in Italia) “le proteste antirazzismo hanno danneggiato la sinistra. Se sei afroamericano e commerciante o proprietario di bar e ristorante e hai visto gli spacciatori o i capi gang del tuo quartiere mettersi le magliette di BLM, impugnare le mazze da baseball, spaccare le vetrine e rubare tutto, giustamente voti per chi sta dalla parte della polizia. E se sei un immigrato regolare cubano o messicano diffidi di chi vuole aprire le frontiere anche violando le leggi”.

Quindi si riparte dalle differenze, dagli attriti. Con il vantaggio che l’aspetto da nonno di Biden potrebbe mitigarli, farli tornare a cuccia. Trump ha solo enfatizzato qualcosa che esiste da almeno 20 anni. I progressisti metropolitani al sushi continuano a credere che l’America profonda sia popolata di razzisti, ignoranti, bigotti con il fucile a pompa sotto il sedile del pickup. E non hanno alcun interesse a capirla perché preferiscono giudicarla, magari con i parametri di Hollywood. I conservatori duri e puri del Midwest dal canto loro pensano che New York e la California siano Sodoma e Gomorra. Ormai la faccenda somiglia a certe ruspanti contrapposizioni italiane.

Gli stereotipi e i pregiudizi abitano anche in giornali un tempo sacri (fino a quando non hanno cominciato a licenziare i commentatori non allineati) come il “New York Times” o in network come la “Cnn”. Un esempio di quanto sia incattivito il clima mediatico è confermato dalla decisione di alcune reti Tv di tagliare la diretta in cui Trump, già sconfitto, parlava di brogli. Anche i dem più scatenati sono rimasti sotto shock per la mancanza di rispetto istituzionale e come al solito la figura peggiore l’hanno fatta i giornalisti arroganti.

L’America riparte. Probabilmente sarà ancora First, nel senso che prima Biden si occuperà dei suoi concittadini e solo dopo del mondo. Le sgangherate guerre obamiane non sono piaciute a nessuno anche se non si può dire, perché lui era un figo e le giacche gli cascavano da dio. Secondo un teorico riflesso condizionato progressista, ci sarà più attenzione agli ultimi. Per gli altri la ricetta a sinistra è sempre la stessa: tasse e spesa pubblica. Dovrebbero avere vita facile i nerds della Silicon Valley, quelli del mondialismo digitale che Trump voleva tassare davvero: Google, Apple, Amazon già hanno il pil del Portogallo, hanno fatto campagna dalla parte giusta e passeranno all’incasso.

Ancora due dettagli. Il primo è il fallimento del voto per posta, riguardo al quale noi non possiamo fare i fenomeni perché nel 2006 furono gli italiani all’estero a mandare Romano Prodi a palazzo Chigi per un soffio contro Silvio Berlusconi. E si parlò di maneggi per mesi. Il secondo riguarda il vincitore. Non ha ancora visto l’ufficio ovale dalla parte della scrivania e già gli ultrà sperano che fra qualche mese lasci il posto alla vice Kamala Harris, neanche fosse un burattino. Allora lunga vita a Biden, che magari per accontentare noi biechi maschilisti levantini e insieme le femministe americane potrebbe persino cominciare con un colpo di teatro da intenditore: confermare Melania first lady.

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