L’ITALIANO STRANO CHE RINUNCIA ALLA PRESCRIZIONE

di ARIO GERVASUTTI – L’italiano medio, se gli dici “Moretti”, con la memoria va alla celebre cena cortinese di Fantozzi: “Quelli della birra!”.
L’italiano che si crede sopra la media arriva invece a fare riferimento a Nanni, il regista.
Probabilmente a nessuno verrebbe in mente Moretti Mauro, di anni 67, professione boiardo di Stato. Eppure dovrebbe dire molto, a noi italiani, questa figura grigia e allo stesso tempo vulcanica che ha attraversato le cronache degli ultimi 40 anni della Repubblica come i treni delle Ferrovie che per lungo tempo il Nostro ha gestito da par suo: un carro bestiame sull’alta velocità.
Mauro Moretti è tutto e il contrario di tutto: un perfetto italiano. Ne parliamo, stavolta, dopo che la corte di Cassazione ha dichiarato prescritti gli omicidi colposi per la strage della stazione di Viareggio: 32 persone uccise dall’esplosione provocata da un treno deragliato. Trenta imputati, dai macchinisti su su fino a lui, all’epoca amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e Reti Ferroviarie Italiane, tutti passati per il primo e secondo grado di giudizio con condanne di varia entità.
A Moretti, i giudici avevano affibbiato 7 anni di reclusione: tolta la Condizionale, significa comunque qualche anno di galera.
Ebbene, la prescrizione – ovvero la cancellazione del reato – vale per tutti gli imputati tranne uno: lui. Moretti infatti è l’unico ad aver rinunciato a questo diritto previsto dalla legge, diritto peraltro sacrosanto nel momento in cui un sistema giudiziario è talmente disastrato da non riuscire a stabilire se una persona è colpevole o innocente dopo un congruo periodo di tempo. Si chiama civiltà.
Moretti, però, ha detto no: vuole andare fino in fondo, anche a costo di bere l’amaro calice di una condanna che ovviamente lui riterrebbe ingiusta e altri ovviamente riterrebbero sacrosanta.
Non vogliamo qui entrare nel merito della vicenda giudiziaria, per la quale ciascuno ha il diritto di avere la propria opinione. Piuttosto, vale la pena prendere atto di una scelta che è decisamente fuori dall’ordinario in un mondo – quello dei tribunali italiani – in cui la prescrizione da strumento di civiltà è diventato uno degli elementi cardine di ogni strategia legale. Qualsiasi avvocato, prima ancora di domandarsi se il suo cliente sia colpevole o innocente, nel momento di assumere un incarico butta l’occhio sui termini della prescrizione. E comincia a tirare la palla in tribuna per perdere tempo. Moretti, no. E gliene va dato atto, perché la normalità non è mai normale in un mondo di furbi.
Moretti, dicevamo, è tutto e il contrario di tutto. In questo, un perfetto italiano. E’ un sindacalista, ma è anche il megadirettore galattico di alcune delle più grandi aziende dello Stato: ritornando a Fantozzi, è come se Folagra e il conte Balabam fossero la stessa persona (se non ricordate chi sono, urge un ripasso dei fondamentali del cinema italiano). Moretti, riminese e con il cuore naturalmente a sinistra, nel caldo 1977 si laurea in ingegneria elettrotecnica a Bologna, dove grazie a un concorso pubblico viene assunto all’Officina Trazione Elettrica in qualità di ispettore. L’iscrizione alla Cgil è il minimo. Evidentemente le ispezioni in Ferrovia lasciano molto tempo a disposizione e Moretti lo impiega per fare strada nel sindacato guidato all’epoca da Luciano Mancini: scala rapidamente i vertici fino a diventare nel 1986 membro della segreteria nazionale della Federazione Italiana Lavoratori Trasporti-Cgil. E qui entrano in gioco quegli strani intrecci della vita pubblica italiana, misteri inspiegabili come il sangue di San Gennaro: il Folagra imbocca lo scambio che lo porta a diventare Balabam. Dopo quattro anni di lotte sindacali, nel 1990 Moretti diventa dirigente. Comincia dal basso, che poi non si dica che uno non ha fatto la gavetta: nel dicembre 1991 è vice direttore della Divisione Tecnologie e sviluppo di Sistema. Poi, ogni due anni, un salto. Nell’ordine: Direttore della Divisione Sviluppo Tecnologico e Materiale di Sistema, amministratore delegato di Metropolis (la società del gruppo Ferrovie dello Stato che controlla e gestisce i beni immobiliari), Direttore dell’Area Strategica di Affari “Materiale Rotabile e Trazione”, Direttore dell’Area Strategica di Affari “Rete”, consigliere di Amministrazione di Ferrovie dello Stato, infine amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana.
Una corsa durata dieci anni, e siamo all’inizio del nuovo secolo, con Moretti seduto sulla poltrona in pelle umana.
Ora si tratta di galleggiare, e il nostro se la cava meglio di una portaerei. Diventa presidente del consiglio di amministrazione di Grandi Stazioni e dal 2006 al 2014 amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Italiane.
In questo periodo vale la pena ricordare un episodio, uno solo, che la dice lunga sullo sdoppiamento di personalità del Folagra-Balabam: avviene all’atto della sua nomina a Duca Conte Supremo di Ferrovie, nel 2006. L’allora Ministro dell’economia e delle finanze Tommaso Padoa-Schioppa, oltre che amministratore delegato lo vuole nominare pure presidente, ma Moretti rifiuta l’investitura: “Il presidente e i consiglieri di amministrazione devono essere figure indipendenti e di garanzia”, spiega con benevolenza. Nessuno ride alla battuta, in pochi la capiscono. In realtà lui vuole essere serio, e per dimostrarlo pochi mesi dopo il suo insediamento ai vertici della compagnia ferroviaria, in una relazione al Parlamento italiano, descrive una situazione dell’azienda testualmente “catastrofica e sull’orlo del fallimento”.
In realtà, niente di nuovo sotto il sole: tutti gli amministratori delegati fanno così, al momento di insediarsi. Serve a mettere le mani avanti: se le cose migliorano di un centimetro, è merito loro. Se peggiorano, l’avevano detto che la situazione era drammatica. Fanno così anche quelli come Moretti che da 15 anni siedono nella stanza dei bottoni di quella stessa azienda. Ma lui, il sindacalista, sa come fare: taglia. Via i servizi senza profitto, riscrive i contratti di servizio con le regioni e fa sparire un bel numero di treni usati dai pendolari, alza i prezzi dei biglietti. “Il settore delle merci nelle Ferrovie dello Stato era identico a quello del 1905 – spiega – come se i camion non fossero mai esistiti. Si continuava a mantenere tutto, anche tutto quello che non era utilizzato mai, o quasi mai, che, naturalmente, doveva essere gestito, mantenuto e costava un botto di soldi”.
Taglia di qua, taglia di là, in tre anni per la prima volta nella storia Fs chiude il bilancio in attivo. Peccato che ci siano inciampi (“uno spiacevolissimo episodio”, lo ha definito) come la strage di Viareggio, causato probabilmente dal cedimento di un’asse del carrello di un vagone.
Difficile ritenere che l’Ad delle Ferrovie potesse sapere che l’asse del carrello di un vagone era difettoso. Ma siamo sempre lì: potare un albero è una cosa, tagliarlo un’altra. A forza di tagliare, le piante muoiono e la responsabilità dei Conti Balabam ha onori e oneri.
Ma i Conti Balabam, soprattutto se nati Folagra, sono eterni. Nel 2014 Moretti diventa amministratore delegato e direttore generale di Finmeccanica, trasformandola in Leonardo. Fino al pensionamento nel 2017, con molti rimpianti, si direbbe. Gli viene riconosciuta “un’indennità compensativa e risarcitoria pari a 9.262.000 euro, oltre alle competenze di fine rapporto e di quanto spettante”. “Indennità compensativa e risarcitoria”: quella, per i Duchi Conti, non va mai in prescrizione.

 

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