L’EUROPEISTA DISPERATO

di ARIO GERVASUTTI – Minaccia serale del nostro Vate, Cristiano Gatti: “Se non scrivi, domani ti pianto il muso”. Obbedisco, Komandante: ma stavolta mi costa fatica. Perché gli occhi e il cuore sono lì, su quel numero che questa mattina gli italiani hanno sotto gli occhi: diecimila morti. Ed è a quello, solo a quello che dovremmo pensare.

La mente invece mi porta altrove, alle miserie umane che non smettono di accompagnarci nemmeno in questa tragedia virale. E su queste fai più fatica a trovare le parole. Per un vecchio europeista come me, poi, assistere all’agonia di un sogno è ancora più dura. Ma la realtà è questa, inutile girarci attorno: il decimillesimo morto è la signora Europa. Uccisa non dai soliti sospetti, i sovranisti, ma proprio da coloro che non più tardi della primavera scorsa si erano erti a paladini dell’unità, i difensori delle socialdemocrazie e del popolarismo storico e politicamente corretto. L’Europa è finita, kaputt. Non potrebbe risorgere nemmeno se domani in un soprassalto di dignità e intelligenza olandesi e tedeschi cambiassero idea sui Coronabond. Perché non è più (non è mai stata) questione di soldi.

Se c’era un terremoto ovunque nel mondo, gli italiani erano sempre i primi a partire per dare una mano, pur avendo le pezze al sedere. Questione di storia, di cultura: mettiamoci anche di millenaria presenza della Chiesa con il suo bagaglio di solidarismo. Nelle tragedie, tiriamo fuori il meglio di noi.

Per altri popoli, è il contrario: tirano fuori il peggio. E lì casca l’asino, lì tocca ammettere che l’Europa, così come la intendevamo noi, non esiste. Non gliene faccio una colpa, agli olandesi o ai tedeschi. Mi metto nei loro panni e mi domando: accetterei di aumentare le tasse che devo pagare, per risolvere i problemi di quegli straccioni di italiani? Proviamo a rovesciare: accetteremmo, noi italiani, di farci aumentare le tasse per risolvere un problema tedesco o olandese? Loro, consapevolmente, rispondono no. Noi, perlopiù inconsapevolmente, abbiamo risposto sì due volte: prima negli anni ’50-’60 quando abbiamo condonato i danni di guerra e poi negli anni ’90 quando abbiamo versato miliardi per contribuire alla riunificazione tra Est e Ovest. Ma è lecito non essere d’accordo: la solidarietà non è obbligatoria.

E siamo onesti fino in fondo: che cosa pensiamo, noi del nord (Italia) quando vediamo in questi giorni gli allegri affollamenti nei vicoli di Napoli o di Palermo? Traduco dal volgare: chi è causa del suo mal, pianga se stesso. In italiano più fine: i soliti terroni, peggio per loro, poi non vengano a chiedere aiuto qui. Ecco, il ragionamento è simile. Ed è inutile spaccare il capello in quattro, affannarsi a spiegare che non tutti i meridionali sono così, non tutti i settentrionali sono cosà. E’ già un miracolo se resiste l’unità dell’Italia, che pure ha lingua e sentimenti (non voglio dire cultura) affini da Trento a Palermo. Non a caso, governarla da Roma è un’operazione di equilibrismo da circo e si resta sulla fune solo grazie a robuste dosi di autonomia, che significa in sostanza “ognuno interpreta le regole a modo suo”. Perché quel che vale per Milano non può valere pari-pari per Cosenza, e viceversa.

Figuriamoci, quindi, se quel che vale per Amsterdam o Helsinki può valere per Udine o Bari. Non offendiamoci se la signora Lagarde prima e la signora Von der Leyen dopo hanno detto chiaramente “italiani, arrangiatevi”: offendiamoci piuttosto perché subito dopo hanno finto di dire che no, era un equivoco, che in realtà sono pronte a tutto per noi e per il bene supremo dell’unità europea.

Offendiamoci, perché la sincerità è meno dolorosa della presa in giro. E quindi dobbiamo essere sinceri anche con noi stessi, vecchi sognatori europeisti. E dire – prima di tutto a noi – che l’Europa che avevamo in mente non esiste, non è mai esistita e non ci sono i presupposti perché esista in futuro. Avremmo dovuto fermarci a una banale ma pragmatica area di libero scambio, senza ridicole code alla dogana per controllare su un passaporto se tu sei tu. Sarebbe bastato, ci avrebbe consentito di sognare. Così, invece, abbiamo toccato con mano che il sogno è un incubo, dal quale ora sarà difficile uscire.

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Un commento su “L’EUROPEISTA DISPERATO

  1. FIORENZO ALESSI il said:

    Caro dott. Ario Gervasutti,
    spero che , di questi tempi, mi consenta l’attributo amicale.
    Una premessa : che l’amico Cristiano Gatti possa essere accostato a Gabriele D’Annunzio, il VATE per antonomasia, od addirittura e forse per contraltare a Vasco Rossi, il KOMANDANTE Blasco, francamente faccio una fatica boia a concepirlo.
    Quanto al “piantare il muso”, allora lì si gioca in casa : è un esempio planetario di come ci si possa ingrugnire . Per lo più per fondate ragioni , ritornando poi presto …ad essere lui.
    Da questo sproloquio alla sostanziale condivisione della sua riflessione il passo è breve.
    Ho dei dubbi circa il fatto che non sia mai stata una questione di danari : alla fin fine, nonostante ogni nobile e filosofica motivazione che tenda a sminuirne l’importanza, contano eccome !
    A guardare bene rovistando negli archivi della memoria , possono avere effetti talmente micidiali che , al confronto, il coronavirus è veramente poco più che una banale influenza.
    Anche quando si tratta di essere solidali con chi , in momenti in cui se non si è in emergenza non saprei dire in cosa ci si trovi, non è mai stato un modello – a sentir loro – di comportamento europeista.
    D’altronde, non potendo certo fare male un po’ di melensa ed Italica poesia, dovevamo presagirlo che chi ha per il capo solo tabelle, statistiche , protocolli e quant’altro abbia a che fare con numeri “freddi” avrebbe a fatica convissuto con chi ha nel sangue il calore del sole ed il profumo del mare. Robe da “terroni” d’Europa, senza raziocinio .
    Sarà anche vero che …la solidarietà non è obbligatoria : certo è che avere un cuore grande ed offrirlo per gli altri allevia le sofferenze meglio di un portafogli ben fornito.
    Cordialmente.
    Fiorenzo Alessi

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